20 giugno, 2015

Quel vestito del 1994 griffato Moschino


Nel 1994 non avevo molti soldi per lo shopping
. Da studentessa universitaria risparmiavo su tutto per poter comprare qualche abito carino con i saldi. Al tempo vivevo a Roma e spesso visitavo un bel negozietto dalle parti di Piazza Bologna. Il proprietario mi conosceva, mi vedeva spesso curiosare tra le stampelle, e ogni tanto acquistavo qualche capo.

Nell'estate del '94 avevo messo gli occhi su un abitino di Moschino, color rosso fuoco. Sexy, molto sexy. Corto, molto corto. Da indossare senza reggiseno. Costava troppo per le mie tasche e speravo di trovarlo a prezzo scontato a luglio. E così è stato. Taglia 38. Troppo piccolo per una donna di corporatura normale. Perfetto per un fuscello come me.

Quel vestito è stato l'affare della mia vita. A ottobre di quell'anno lo stilista Franco Moschino è morto. Quel vestito è una delle sue ultime creazioni, per cui l'ho tenuto sempre come un cimelio da trattare con i guanti di velluto. L'ho indossato poche volte e in occasioni speciali. L'ho portato sempre in lavanderia. E oggi, a distanza di 20 anni, è ancora perfetto, mettibile e mi sta d'incanto (per fortuna non ho cambiato taglia).

L'ho sfoggiato la settimana scorsa a un aperitivo, facendo un figurone. Nessuno ha pensato che quel vestito ha 4 lustri addosso. Quando ho detto alle amiche che l'abito è del 1994, mi hanno risposto: "Davvero? Sembra nuovissimo". Le cose belle e di qualità non hanno tempo.

19 giugno, 2015

Arriva la notiziona e mi comporto da bimba


Il telefono squilla
. E' il boss dei boss che mi comunica una bella notizia. Anzi, una fantastica notizia! Quasi non ci credo. Sono così felice che mi metto a urlargli al telefono e pesto i piedi come una ragazzina. Sono alle stelle! Non riesco a star ferma.

Chiedo scusa al boss per il mio comportamento poco professionale, ma non ci posso fare nulla: la notiziona è inaspettata e non sto più nella pelle. Una reazione esagerata? Può darsi. Non tanto quanto quella della mamma che appena viene a sapere si mette a piangere.

Dopo la telefonata vado a parlare con la capa che mi spiega i dettagli della cosa. Sono ancora agitata, sudo come in una sauna e sorrido, sorrido, sorrido. Ho la paresi del sorriso stampata in viso. Ho ancora voglia di saltare e pestare i piedi. Che sensazione paradisiaca!

L'effetto della notizia - una gioia infinita - dura per ore. Non posso fare a meno di pensare che la vita è imprevedibile, ha sempre qualche sorpresa da proporci. Sta a noi aspettare con fiducia che le meraviglie accadano. Perché accadono, prima o poi.

18 giugno, 2015

Gli amici che non ci sono più


L'anno scorso ho perso due amici
. Coetanei stroncati da malori improvvisi. Sono mancati in un attimo, forse non se ne sono neanche accorti o almeno spero che non abbiano sofferto. Due ragazzi, giovani, pieni di vita, di voglia di fare e di speranza per il futuro. La notizia della loro morte mi ha sconvolta. I saluti in una fredda camera mortuaria mi hanno scioccata. Ma com'è possibile? Come si può morire da giovani per un infarto o un ictus?

Anche se questi amici non ci sono più, rimangono nella memoria. E non solo. Sono ancora miei amici di Facebook e Twitter. Ho il loro numero di telefono e la loro foto è su Whatsapp, con lo stato inalterato da molti mesi. Insomma, i canali social con loro sono rimasti aperti e questo mi dà una bella sensazione, come se avessi ancora la possibilità di contattarli, di mandare messaggi. Non ci sono, ma ci sono. Ho reso l'idea, vero?

16 giugno, 2015

Abitudine o amore?


Scegliere non è mai facile
. Soprattutto quando una decisione porta a un cambiamento drastico, come quando ci si pone davanti a un bivio e bisogna decidere quale direzione prendere. Le strade sono due: abitudine o amore. Da un lato, il tranquillo benessere di una vita che si conosce, quello dell'abitudine. Senza sorprese, è vero, ma appagante. Perché se abbiamo impostato la nostra esistenza in quel modo, significa che ci andava bene. Se non addirittura a genio. Dall'altro, la novità di un amore, una persona che entra nella nostra vita - magari a gamba tesa - e ci scombussola il tran tran, il solito vecchio iter al quale siamo affezionati.

Il più delle volte la scelta tra abitudine e amore diventa un dilemma esistenziale. I monotoni non hanno dubbi: optano per la consuetudine, perché è il percorso più semplice. Gli impavidi neanche ci pensano: puntano sull'avventura, adorano l'imprevisto e si lasciano trasportare dal vento verso nuovi lidi.

Soltanto in pochi casi la decisione è fonte di continue riflessioni, ragionamenti su pro e contro, domande a cui è difficile dare una risposta a priori, senza aver sperimentato la diversità. Per buttarsi ci vuole coraggio e consapevolezza dei rischi. L'intuito aiuta, ma non dà la soluzione. Allora, come si risolve la questione? Il punto principale su cui ragionare sono i sentimenti. Si parte da lì. Bisogna chiedersi: quanto sono profondi? Quanto sono reali? Ma la vera domanda da rivolgere a noi stessi è quella che Don Edo continua a ripetere durante la messa quando parla di amore: "Tu saresti disposto a morire al posto della persona che ami?". La risposta a questo interrogativo indica la direzione da prendere.
L'amore non è un'abitudine, un impegno o un debito. L'amore non è quello che ascoltiamo in canzoni romantiche, o vediamo nei film. Semplicemente l'amore è. (Paulo Coelho)

10 giugno, 2015

Sbolognare i non-amici di Facebook


Su Facebook ogni tanto ricevo richieste di collegamento da amici di amici
. Il mio profilo non è pubblico - salvo qualche link di notizie - e faccio fatica ad accettare chi non conosco. A volte, elimino il candidato senza neanche rifletterci o guardare la foto. A volte, di rado, lo aggiungo. Nel secondo caso, quando do l'ok, non so per quale motivo, scatta subito la chat. "Ciao, grazie per avermi accettato" è il messaggio standard che ricevo dalla new-entry. Rispondo per cortesia: "Ciao, grazie per avermi chiesto l'amicizia. Buona giornata". Fin qui tutto bene.

Il bello arriva adesso. Se la comunicazione si interrompe a questo livello, l'amicizia si protrae. Se invece il nuovo amico insiste con domande del genere, "come stai?", "che fai di bello?", "stai lavorando?", mi scoccio e non rispondo. Conseguenza: il nuovo amico mi cancella. Con mio grande sollievo, devo confessare. Alè, un altro fuori dalle scatole.  E penso: "Ma davvero un Pinco Pallino qualunque crede di potermi broccolare via Fb in maniera così banale? Che tristezza di persone c'è in giro?". Aiuto!  

27 maggio, 2015

Indimenticabile Rocky Horror Show

Rob Fowler nella parte di Frank-N-Furter

Esperienza fantastica - La seconda volta al musical Rocky Horror Show (è stato in scena a Milano al Teatro della Luna) è anche più eccitante della prima. Perché sai che cosa fare nel momento giusto (lo spettacolo è interattivo), di conseguenza il divertimento aumenta. Al Teatro della Luna sono arrivata preparata con Fede, Franci e Giorgio. Tutti avevamo al collo un boa di piume rosse. Giorgio non era molto d'accordo a sfoggiare l'accessorio rosso, ma con un po' di insistenza si è lasciato convincere. Anche lui è stato al gioco.

La pistola ad acqua per schizzare i vicini di poltrona durante la scena della pioggia è stata utilissima. E il lancio di coriandoli una vera chicca. Quante risate! Il giornale da mettere in testa, poi, è servito pure alla fine dello show.

Usciti dal teatro pioveva di brutto, per cui abbiamo usato i quotidiani per ripararci dalla pioggia nel raggiungere l'auto. Per la verità, i giornali non sono serviti a molto. Sotto il diluvio non c'è nulla che tenga. Inoltre, non proteggono dalle pozzanghere. Infatti, mentre mi dirigevo verso la macchina, ho messo entrambe i piedi in una pozzanghera che pareva bassa... pareva... Sorpresa! Mi sono ritrovata con  l'acqua fino a sopra le caviglie. In pratica, ero a mollo. Ho urlato alle ragazze dietro di me: "Non seguitemi, guardate dove sono finita!". E qui siamo scoppiati di nuovo a ridere, come pazzi (Giorgio era avanti). Ho riso fino alla macchina, con le lacrime. Non riuscivo a smettere. E ho pensato: i piedi a mollo, le ballerine da buttare e i pantaloni da strizzare. Una degna chiusura di serata alla Rocky Horror.

25 maggio, 2015

La mia prima gara da runner: la StraSingle


Il divertimento era preventivato
. Eh, sì. Mi sono davvero divertita come una pazza a correre la StraSingle a Milano (domenica 17 maggio). Ho zompettato per 5 km senza mai fermarmi. Senza allenamento. E sono fiera di essere arrivata al traguardo.

Non nasco runner, ma tennista. Fin da piccola sono stata abituata agli scatti, a schizzare come un fulmine su brevissime distanze, per poi prendere fiato. La resistenza - ossia lo sforzo per troppi minuti senza sosta - non è nel dna dei miei muscoli. Pazienza. Nessun problema. Alla fine 5 km non sono una lunghezza rilevante. Basta rallentare il passo e si va avanti senza problemi.

E' stata Veru a convincermi a cimentarmi nella StraSingle. Anzi, mi ha proprio iscritta lei (devo ancora darle i soldi). Poi, ha convinto anche Franci e Fede. "Dai, facciamola tutte insieme" ha insistito Veru. Detto, fatto. Tutte e quattro sulla linea di partenza. 

Allo start, noi girls ci siamo messe a correre in fila. E per tutto il percorso non abbiamo fatto altro che commentare chi ci sorpassava e chi si faceva sorpassare. Risate a go go. Poi, l'arrivo. Il commento sarcastico dello speaker che ci ha chiamato le "shopping girls con le unghie rosse" (abbiamo ringraziato, ovviamente). Un sorso d'acqua. Un brindisi con lo spumantino offerto agli atleti. E via a casa. 

Fede non voleva partecipare. Credeva di non riuscire. Invece, è andata meglio di me: lei e Veru potevano chiudere con un tempo migliore, invece, hanno deciso di non lasciarmi indietro. "Ragazze, se volete andare avanti, fate pure - ho detto sui 3 km -. Mi fermo un attimo". La risposta delle due moschettiere è stata immediata: "Ma scherzi? Non ti lasciamo. Rallentiamo". Insomma, un'altra dimostrazione di affetto delle ragazze nei miei confronti. Della serie: nessuna rimane indietro. Un'ulteriore conferma che non sbagliamo a chiamarci moschettiere. Tutte per una e una per tutte. 
  

19 maggio, 2015

Tante belle news


E' un po' che non scrivo su questo blog. Mi scuso: sono stata impegnata a vivere. Tra il lavoro, gli impegni e le mille attività/uscite, proprio non ho avuto 10 minuti per digitare qui. Meglio così.
Sono contenta. In poco tempo sono riuscita a cambiare la mia esistenza e in un certo senso anche a crescere. Ebbene sì, sono maturata. Oggi sono più consapevole di me stessa e più attenta alle piccole cose della quotidianità.

Di argomenti ne avrei da buttare giù, come la StraSingle che ho corso domenica e il Rocky Horror Show che ho rivisto venerdì. Stay tuned. E poi, la ciliegina sulla torta: mi sono innamorata. Non alla StraSingle, prima. Ma ho partecipato ugualmente alla gara, con lui che mi diceva: "Perché la fai? Non sei più single". Bah! Non sono più single... vediamo... parliamone...

06 maggio, 2015

Il Rocky Horror Show scatena l'adrenalina


Il Rocky Horror Show è una droga. Una volta che lo hai provato, ne vuoi ancora. E ancora. E ancora. Posso confermarlo. Lo spettacolo è qualcosa di grandioso: non solo ti coinvolge per la sua interattività (il pubblico è chiamato a fare e dire alcune battute), ma per la gioia che ti mette in corpo tra risate e gag comiche.

Il mio primo Rocky Horror è stato d'eccezione: ho assistito in seconda fila alla versione musical originale (tutto in inglese) e sono uscita dal teatro carica di adrenalina. Attori fantastici, interpretazioni eccezionali, musica e canzoni dal vivo. Certe voci da Bocelli e Callas dei periodi d'oro.

Indescrivibile il momento in cui mi sono messa un giornale in testa per proteggermi dalla pioggia, come fa Janet, quando ho tirato i coriandoli per il matrimonio e quando ho urlato "Uh!" alla pronuncia del nome "Dr. Scott".

A furia di battere le mani, mi sono procurata da sola dei lividi sulle dita. Me ne sono accorta soltanto a casa. Una cosa del genere non mi era mai successa. Eppure mentre schioccavo il mio applauso non ho avvertito nulla. Nessun dolore. Colpa sempre dell'adrenalina, non c'è altra spiegazione.

Sono rimasta talmente colpita dal Rocky Horror Show per la regia di Richard O'Brien che ho deciso di ritornare a vedere lo spettacolo. E' a Milano fino al 20 maggio, al Teatro della Luna. Poi, una puntatina al cinema Mexico, per partecipare anche alla versione in italiano, è tra i miei appuntamenti di questa estate.

29 aprile, 2015

Le tre moschettiere: tutte per una e una per tutte


Tra noi ci chiamiamo "le tre moschettiere"
. Io, Fede e Veru. Il motivo s'intuisce al volo: siamo "tutte per una e una per tutte". Ci sosteniamo in ogni momento della giornata, dal mattino alla sera. Ci aiutiamo, ci diamo supporto. Stiamo sempre insieme, nei limiti degli impegni di lavoro. Dove va una, si trovano anche le altre. In pratica, abbiamo formato una seconda famiglia, dopo quella di origine. Una squadra affiatata di quasi-sorelle.

Ci siamo conosciute per caso, qualche mese fa. Prima ho incontrato Veru a un evento di lavoro (grazie Deb per avermela presentata). Poi ho incontrato Fede, con la quale è scattato subito il feeling, perché noi due siamo molto simili nel carattere e nel modo di pensare. 

Il primo elemento che ci ha unite è la vicinanza geografica. Abitiamo tutte nella stessa zona di Milano, a distanza di qualche isolato. Così, diventa semplice organizzarsi per bere un caffè, per una passeggiata nel weekend, per fare shopping (supermercato compreso) e per uscire insieme la sera. Spesso, decidiamo all'ultimo minuto se andare a un aperitivo o a un evento. Basta una telefonata o un messaggio: "Allora, ci vediamo tra 30 minuti?". "No, meglio tra 40". 

Da quando le moschettiere sono nella mia vita, il senso di solitudine si è attenuato. Avverto meno la lontananza dai miei cari. Ho sempre 4 braccia da stringere. Due ragazze fantastiche da abbracciare quotidianamente. Ho smesso di passare le serate da sola nel mio appartamento: in un modo o nell'altro, sono in compagnia. Non importa se in un locale o a casa di una delle tre. Non solo. Mi sento protetta e coccolata da un affetto simile a quello della mia famiglia.

Non posso dimenticare il giorno in cui sono rientrata a Milano da Roma, con il Frecciarossa. Erano le 22 e pioveva. Le ragazze erano preoccupate che mi bagnassi. 
- Ti vengo a prendere in auto? - mi scrive Fede.
- No, non occorre. Prendo il tram e se diluvia salgo su un taxi. Mi farai compagnia al telefono - rispondo.
- Dimmi a che ora arrivi e mi trovi con le quattro frecce all'angolo della stazione - mi scrive Veru. 

Insisto: "Ragazze, non venite a prendermi: non vale la pena. E' tardi". Ma non le convinco. Veru è già al volante, sta per arrivare in stazione. Appena salgo sull'auto di Veru, mi scappano le lacrime. Sono commossa dal suo gesto. Intanto, Fede mi scrive: "Sei arrivata? Ti chiamo?". Eh sì, la mia è proprio una seconda famiglia!

20 aprile, 2015

Abbracci gratis, i dubbi


Ti piazzi per strada con un cartello: "Abbracci gratis" e ti metti ad abbracciare le persone che passano
. L'idea è buona, in generale. Ma sorgono i dubbi su chi ti abbraccia. Le domande sono tante. Perché queste persone si presentano in giro con i cartelli? Sanno abbracciare a casa loro? Sanno abbracciare gli amici? Sanno praticare l'abbraccio nella quotidianità? Boh!

Faccio l'avvocato del diavolo e penso: "Queste persone non abbracciano nel vero senso della parola, almeno come lo intendo io, perché nell'abbraccio c'è sentimento, c'è amore verso l'altro. Di conseguenza come fai a provare sentimento per un estraneo mai visto prima?". E' un sentimento falso, una sorta di compassione, come quella che si prova davanti a un cucciolo abbandonato. La compassione non si può paragonare all'affetto sincero e reale. L'abbraccio è  la manifestazione di un sentimento, non si può mettere sullo stesso piano di un sorriso o una stretta di mano.

In tutto questo ambaradan dei free hugs c'è una contraddizione di fondo. Un volersi mostrare buoni a tutti i costi. Della serie: volemose bene. Con presunzione, perché vorrei vedere quanta generosità reale c'è dietro a ognuno abbraccio. Quanta voglia di darsi agli altri, di spendersi per gli altri. Di abbandonare l'egoismo e pensare seriamente al prossimo. Mi pare quasi un tentativo di fare beneficenza, ma la vera beneficenza si fa di nascosto, non sbandierandola ai quattro venti.

"Che tristezza! Come ci si può ridurre così?" commenta Veru. Sono d'accordo con lei. Conoscendo un free-hugger, i miei dubbi raddoppiano. Se voglio un abbraccio mi circondo di persone da abbracciare tutti i giorni. Da stringere forte a ogni incontro perché sono affezionata a loro e provo affetto. Non abbraccio per le fotocamere e tanto meno per un evento stile Barnum. Per me l'abbraccio ha un valore. E' qualcosa di prezioso, di intimo che non posso svendere al primo saldo.

Mi converto ai tacchi a spillo


Quando inizi a uscire con ragazze che stanno sempre sui tacchi a spillo, altissimi, ti senti a disaggio se non hai quei centimetri in più
. Osservi i trampoli delle altre e non puoi fingere che non siano stupendi. Arrivi a invidiare le amiche (coraggiose) che con quelle scarpe scomode ci passano tutto il giorno, macinando chilometri. E ti domandi: "Perché io non ci riesco?".

Poi ascolti i discorsi degli uomini. Giorgio: "Le ballerine? Un insulto alla bellezza - commenta l'amico -. Io e mio fratello abbiamo fondato il club anti-ballerine". Buono a sapersi... Non oso dire a Giorgio che ho un'intera collezione di ballerine, da quelle rosse alle blu, passando per le bianche, le nere e le marroni. Ho quasi tutto lo spettro cromatico di ballerine. Non va bene. Eh, no. Urge un cambiamento di stile.

Adesso, quando mi metto in tiro per la serata, sto attenta al tacco. Ho poche scarpe veramente alte - qualche sandalo, due stivali invernali e un modello aperto davanti - e devo assolutamente arricchire l'assortimento. So già che indossando il tacco 12 impazzirò per il dolore ai piedi e imprecherò per le gambe gonfie. Non importa, mi sacrifico sull'altare della moda. Vale il vecchio detto: "Chi bella vuole apparire, molto deve soffrire".

Devo ancora decidere il colore del mio prossimo acquisto. Punterei sul colore nude. Una tinta neutra che si abbina su tutto. Ma poi penso che il tacco è sinonimo di "osare", quindi immagino i miei passi su una scarpa dorata, argentata o dal design accattivante. Su questo versante sono indecisa. Devo andare in giro a provare per scegliere un modello in grado di attirare l'attenzione e farmi sentire una principessa, ma che non mi massacri i piedi e non costi un intero stipendio.

18 aprile, 2015

La mia vita da mora


Ho pochi capelli bianchi, ma mi danno fastidio. Li vedo e non li sopporto. Non tengo mai i capelli sciolti per evitare che si notino quei fili da vecchia. Da mesi, esco solo con la coda. E' arrivato il momento di correre ai ripari.

Mi fiondo dal mio parrucchiere di fiducia, Maurizio, e chiedo: "Taglio e tinta. Voglio i capelli più scuri, almeno di due toni". Maurizio mi dice: "Hai ancora pochi capelli bianchi. Meglio fare un riflessante senza ammoniaca. Coprirà i capelli bianchi ma ti lascerà la morbidezza. Hai dei capelli troppo belli per seccarli con un prodotto aggressivo". Ribatto: "Ok, Maurizio, mi fido di te. Procedi".

Scegliamo un riflessante a metà strada tra un castano e un castano scuro. Mi sta benissimo. Sono scioccata. Mi vedo bellissima. Con i capelli più scuri la mia pelle bianco-latte spicca. Sembra che ho un faro puntato in faccia. E gli occhi azzurri aumentano ancora di più il contrasto: appaiono come due catarifrangenti. Sono troppo contenta. Mi sento ringiovanita e mi domando: "Perché non mi sono fatta mora prima?". La verità è che finora non ho mai voluto tingere i capelli... e per tutta la vita sono andata avanti con il mio colore naturale. Adesso, mi rendo conto che così sto molto meglio. Wow! 

Il primo test per capire se sono più carina da mora è sulla chat di gruppo. Mando una foto a tutti: "Come sto mora?". E qui, fioccano i complimenti. Lodi sperticate sul mio cambiamento. Anche quando mi vedono di persona gli amici si spendono in adulazioni: "Stai benissimo, sei fantastica". Lo so: obiettivamente da mora guadagno un sacco di punti. 

La sera, all'aperitivo, un ragazzo mi tampina: Filippo. Bello, colto, un bolognese che lavora nel settore dei futures energetici. Mi vuole portare fuori a cena. Gli piaccio. Ma lui ha 31 anni. Gli dico che è troppo giovane per me. "Non è possibile - commenta Filippo - al massimo hai un paio di anni più di me". Magari! Ho il capello fresco di parrucchiere, le unghie rosse, un tubino nero da paura e i tacchi alti. Inganno l'anagrafe alla grande. 

Saluto Filippo. "Scusa, i miei amici si spostano in un altro locale" e me ne vado senza lasciargli il numero di telefono. In realtà, m'interessa Giorgio (35 anni) che sta lì a guardarsi il mio teatrino con Filippo. Giorgio è un timidone. Si occupa di investimenti e fa la spola tra Lugano e Milano. Ha casa in Svizzera e in Italia (a un chilometro dal mio domicilio). Quando lo guardo negli occhi, lui sembra folgorato e arrossisce. Tenero. Lascio il locale con Giorgio e altri amici. Sono gasatissima. E penso: "Ancora spacco".  

16 aprile, 2015

E mi sento bellissima


Programma della serata: aperitivo in un locale di lusso. Devo vestirmi da battaglia. Tubino nero e tacchi? Non lo so. Senza calze la sera fa troppo freddo per avere le gambe scoperte. Mi viene un'idea. Riesumo dall'armadio una vecchia salopette nera da cocktail, elegantissima e tornata di moda. Ho comprato la salopette 20 anni fa, ma siccome non ho mai cambiato taglia, mi sta divinamente. Ok, oggi mi metto "vintage".

Nel locale mi trovo a mio agio. C'è tanta gente che conosco e un tipo che m'interessa. Lui è belloccio. Chissà se sono in grado di attirare la sua attenzione. La sala pullula di belle ragazze e c'è persino qualche vip.

Con mia grande sorpresa il belloccio mi punta. Mi sento bellissima. So che con le parole sono capace di affascinare chiunque. Ho un buona parlantina e una cultura da sfoggiare come un diamante di Tiffany. Mi lancio nella conversazione e mi accorgo che il belloccio è inconsistente, non ha argomenti, di conseguenza si finisce a parlare del tempo e delle vacanze. Che delusione!

Quando lui capisce che mi sta annoiando, diventa acido. Lo guardo scioccata. Dov'è finito il gentiluomo di qualche minuto fa? Rimango basita. "Oddio, un altro Luca - penso -. No! Per carità. Uno basta e avanza". Possibile che in giro ci siano soltanto uomini disturbati?

Lascio il locale abbastanza presto. Sono stanca. Non ho il fisico per uscire tutte le sere e tirare tardi. Ho bisogno di un giorno di riposo. Mentre saluto tutti e mi muovo tra i tavolini per raggiungere l'uscita, noto gli occhi di diversi uomini sulla mia figura. Tutti carini! Incredibile. Mi sento bellissima, una modella. La mia autostima sale a mille, come il mio ego. Alle 20enni faccio un baffo. Il fascino non è qualcosa che dipende dall'età e io so di averne. Sto bene: ho le armi cariche per colpire al cuore di un maschio. Devo solo cercare di non sbagliare bersaglio.

14 aprile, 2015

Il vero amore è senza tempo


Mettermi a piangere guardando un film non è da me. Poche le pellicole strappalacrime. Un film che mi ha commossa è "Storia d'inverno". Un uomo incontra l'amore della sua vita. S'innamora all'istante, al primo incontro. Ma lei è destinata a morire presto. A perire è soltanto il corpo della ragazza, non il sentimento tra i due innamorati. E dopo la morte della donna, l'uomo è costretto a vagare senza memoria per oltre un secolo, fino a ritrovare il passato e compiere quel gesto che il destino aveva servato per lui.

"Nessuna vita è più importante di un'altra. Nulla succede per caso. Tutto fa parte di un disegno". Ecco alcune frasi pronunciate dalla voce fuori campo nel film. Sono convinta che tutto ciò che viviamo sia già nel nostro destino. Un destino che ripaga le sofferenze e gli sforzi con una ricompensa ben più alta di quella desiderata. Sono un'inguaribile ottimista, non ci posso fare nulla. 

Da parte mia, so di avere tanto da dare. Ho una capacità smisurata di amare e aspetto d'incontrare il vero amore. Non mi accontento di una storia da quattro soldi. Volendo, non sarei single: di corteggiatori ne ho a vagonate. Ma aspetto quello giusto. Quello capace di farmi palpitare il cuore, per il quale sarei disposta a morire al suo posto. Quello che mi amerà incondizionatamente, al di là del tempo. L'uomo che sarà in grado di accorgersi della mia bellezza interiore e della mia capacità di amare, diventerà anche il più felice della Terra. Scommettiamo?

10 aprile, 2015

Bolle, ho spuntato ancora la lista dei desideri


Ci sono giorni in cui la vita ti sorride e ti dici: "Sono troppo fortunata!". Uno di questi giorni è stato ieri. Al mattino, il capo mi telefona. Non è  per lavoro, per fortuna. Sono già abbastanza carica. Le frasi del boss sono una sorpresa: "Ho due biglietti di palco per il balletto di Bolle alla Scala - mi spiega - non ci posso andare. Sono gratis. Ci vai tu?". Rispondo: "Certo, grazie! Mi fai un regalo graditissimo!".

Alla notizia sprizzo gioia da tutti i pori. Non riesco a contenere la contentezza. Quasi quasi non ci credo. Troppo bello per essere vero. Il capo non sa che andare a vedere un balletto di Bolle, in questo caso Giselle, è nella mia lista dei desideri. Quelle cose da fare, o vedere, almeno una volta nella vita. E così, do un'altra spuntata alla mia lista. Balletto di Bolle: fatto.  

Informo le amiche dei due biglietti per lo spettacolo: "Posso portare soltanto una di voi alla Scala - preciso nel gruppo di Whatsapp - non voglio scegliere: tirate a sorte. La vincitrice verrà con me". Manu non può: ha un impegno improrogabile (una festa di laurea). Il ballottaggio riguarda Fede e Veru. La prima ha una gran voglia di accompagnarmi, ma si tira indietro per amore dell'altra. "Porta Veru - mi scrive in privato - ha bisogno di uscire. Noi andremo la prossima volta". Fede mi commuove con il suo gesto di generosità. Entrambe sappiamo che Veru ha bisogno di svagarsi. Ok. Siamo d'accordo.

Il balletto è meraviglioso. Io e Veru siamo sedute nel palco - posti in prima fila - e ci sentiamo due miracolate. Roberto Bolle è da applausi continui e Svetlana Zakhrova sembra un angelo che vola in scena. Stiamo bene. I problemi sono spariti. Le preoccupazioni, rimaste fuori dal teatro. Che sensazione fantastica!

Torniamo a casa ridendo e scherzando. Abbiamo vissuto una grande emozione, per cui niente e nessuno può turbare il nostro stato di beatitudine. Ci diciamo che dobbiamo essere positive sul futuro. Capiteranno altri momenti simili. La vita è una continua sorpresa e noi abbiamo tutte le carte in regola per godere della gioia a ogni novità.

08 aprile, 2015

La figuraccia con l'assistenza dello scooter


Primavera. E' tempo di usare lo scooter. Un amico mi chiede:
- Parte?
- Perché non dovrebbe partire? - rispondo - Il mio scooter è nuovo, non ha neanche un anno.
- Sai, la batteria - mi spiega l'amico - dopo un po' si scarica se le due ruote sono ferme da tanti mesi.
- Davvero?
- Prova ad accenderlo.
- Ok

In effetti, lo scooter non parte. L'amico ha ragione. E qui inizio a smadonnare. "Ma porca pupazza! Ci voleva pure questo!". Devo capire come risolvere con la batteria, convinta che il problema sia lì, e chiamo un meccanico vicino casa che vuole 30 euro soltanto per ricaricare la batteria. Alla faccia, 30 euro. 

Demoralizzata chiedo un favore a un amico: - Non è che puoi venire con i cavi e aiutarmi a ricaricare la batteria? 
L'amico sembra disponibile e questo mi solleva da un peso (30 euro risparmiate). 

Decido che voglio riprovare ad accendere lo scooter. Un altro tentativo. Non parte, ma mi accorgo che il quadro rimane acceso per minuti. Possibile che sia la batteria? Se il problema fosse questo, il quadro si dovrebbe spegnere. Strano.

Chiamo l'assistenza e spiego la situazione: - Lo scooter non parte, penso sia la batteria, ma il quadro rimane acceso. Possibile?

Il meccanico mi dice: - Lei si ricorda che per avviare lo scooter non basta soltanto premere il pulsante ma deve tenere il freno tirato? 
- Eh no, non me lo ricordo. 

Che figuraccia! In effetti, lo scooter parte, se tengo il freno. Sono io che con l'Alzheimer galoppante non ricordo più come si accende. Fail.

07 aprile, 2015

Umore alle stelle: è l'effetto primavera


Il sole caldo mi dà una marcia in più
. Quanto ho atteso di poter togliere i collant (insopportabili) e sfoggiare i primi sandali... e finalmente mi sento più libera. L'umore è alto, altissimo. Che magnifica stagione la primavera! L'antipasto prima della portata principale: l'estate, che adoro. Non sopporto il freddo, non mi è mai piaciuto e quando la temperatura si alza, il mio umore si adegua al termometro. Più fa caldo e più sto da favola. Noi meteopatici siamo così: ci entusiasmiamo come bimbi quando vediamo fiori e colori dappertutto.

Ho riacceso lo scooter, fermo da novembre, e giro per Milano in tutta libertà. Mi beo dei raggi di luce che baciano il mio viso e tiro a manetta l'acceleratore per sentire il vento e l'aria carica di pollini e odori. Le due ruote sono la mia salvezza. Nessun impiccio con il parcheggio (il marciapiede è perfetto), nessuna coda al semaforo (adoro lo slalom tra le auto ferme), nessun genere di complicazione da sosta, tanto meno il pagamento dell'area C. 

Il cambio di stagione è quasi completato. I cassetti sono pieni di top, magliette e canotte. Addio alla lana, almeno fino a ottobre. Le unghie dei piedi sono già rosse, pronte a calzare le scarpe aperte. Ammiro il guardaroba estivo pronto all'uso e mi si illuminano gli occhi. Il vestitino rosso (il mio preferito) mi suggerisce: "Indossami, indossami". Lo farò. Prestissimo! 

Ricomincio da runner


Ho perso 5 chili in due mesi. La scorsa estate. E sono invecchiata di botto, almeno di 10 anni. La mia pelle ha perso turgidità. Amen. E anche se adesso ho recuperato il peso perduto, non ho più l'epidermide elastica e tesa come un anno fa. La giovinezza è sparita. Andata via per sempre. Non c'è rimedio.

Il dimagrimento non è stato l'unico problema della scorsa estate. Da un giorno all'altro mi sono ritrovata completamente sola. Gli amici? Hanno scelto di frequentare il mio ex con la sua nuova compagna, di conseguenza mi sono ritrovata emarginata. Isolata. Senza partner e senza comitiva. Senza uscite. Senza chiacchiere e aperitivi. Senza quella normale quotidianità di relazioni che hanno arricchito gli anni milanesi. Ho dovuto ricostruire tutto da zero e non sono mancati gli intoppi. Ho commesso diversi errori. Non voglio giustificarmi, ma tra la situazione emotiva (precaria) e lo stato d'animo da "non so dove sbattere la testa", non sono stata in grado di affrontare i problemi nel modo corretto. Non ho avuto la forza di agire, non ho avuto determinazione e coraggio,  per cui ho subìto passivamente gli eventi.

Oggi, sono un'altra persona. Allegra, positiva e piena di entusiasmo per la vita. Ho ricostruito la mia esistenza, pezzo per pezzo, partendo dagli amici, dagli interessi e dalla voglia di fare. Esco tutte le sere. Mi invitano dappertutto. Non ricordo più che cosa significa stare a casa a guardare la tv. E poi, perché dovrei rimanere a casa da sola? Non intendo fare la muffa. La mia nuova vita mi piace. Mi è congeniale. Non ci rinuncio, neanche per un uomo. Ho conquistato il mio spazio e mi sento bene. Ho il sorriso stampato sulle labbra e la battuta pronta.

La pelle? Non si riprenderà. Pazienza. Sui muscoli, invece, posso ancora lavorare. Ho riscoperto lo sport e ho iniziato a correre. C'è un magnifico parco dietro casa, perché non sfruttarlo per una bella zompettata? Ottima idea, mi sono detta. Ho tirato fuori la roba del tennis, le scarpe del power yoga, e via in strada. Direzione parco. Runtastic è un'app fighissima!

Il battesimo da runner non è andato male. Ho tenuto un passo sostenuto per 20 minuti e ho mollato soltanto quando ho sentito tirare i quadricipiti (rischio strappo). Il fiato è meglio di quello che credevo. Adesso vediamo come va nei prossimi giorni. Riuscirò a preparare in tempo la StraSingle? E' la mia sfida.

04 aprile, 2015

Nata mi vuole bene


Nata è una presenza ingombrante nella mia vita
. Non le piaccio. Eppure, non mi molla. E' una rompiballe di prima categoria. Adesso capisco da chi ha preso il figlio. Non so perché si sia attaccata a me. Non c'entro nulla con le sue preoccupazioni e le sue angosce. "Aiuta mio figlio" mi dice. "Aiutalo". Le rispondo che non posso. Non voglio. Lui ha il suo percorso e deve intraprenderlo da solo. Si chiama "libero arbitrio".

Nata non è d'accordo e per convincermi ad agire mi trasmette tutto il suo dolore. In un attimo mi ritrovo nel baratro, sperduta. Incapace di risalire la china. Nata non vuole farmi del male, ne sono convinta, ma gli effetti della sua presenza sono devastanti: mi toglie tutte le energie, al punto che diventa difficile anche alzarmi dal letto per preparare un caffè.

Io e Nata siamo in lotta. Lei preme, io resisto. Le dico: "Non ci sto, non venire da me".  Non funziona. Allora, lei cambia tattica. Non parla più (tanto sa che non ascolto) e singhiozza, piange. Punta a commuovermi. E ci riesce. Adesso capisco come posso aiutarla: con le preghiere. Nessuno prega per lei? Ok, lo faccio io. Prego, prego sempre. Prego quando sono sul tram, durante la pausa caffè, mentre passeggio, mi lavo o scelgo i prodotti al supermercato. Prego ancora (in latino).

Il risultato del mio sforzo è positivo. Non sento i suoi singhiozzi, nessuna lacrima. La sensazione che ho è diversa. Sento che Nata c'è ancora, mi sta vicina, ma ora senza fiatare perché non è sua intenzione ferirmi. Sento che mi vuole bene. Eh sì, avverto il suo affetto e la sua gratitudine. Sorrido e sono contenta.

27 marzo, 2015

Messaggi da uno psicopatico


Messaggi senza senso ricevuti su Whatsapp. Parole allucinanti che non capisco. Collegate a che cosa? A quale discorso? Boh. Frasi deliranti che sembrano partorite da un folle sotto l'effetto della droga. Mi è successo anche questo. E a ogni bip del telefono ho detto tra me e me: "Dio ti ringrazio per avermi salvata da uno psicopatico".

Uno che sembra normale, incapace di decifrare i messaggi ricevuti nel modo corretto. Perché in ogni mia parola, lo psicopatico legge cattiveria, opportunismo e amenità. Vede soltanto il marcio, il lato negativo delle cose, anche quando non c'è un lato negativo. Interpreta secondo il suo schema, per cui tutti pensano male, tutti si comportano male, tutti vogliono qualcosa da lui, tutti lo assillano e lo torturano. Il bene? Non esiste oppure è un'illusione.

La colpa è mia perché gli ho scritto per informarlo di una cosa che avrebbe dovuto fargli piacere. Una sua possibile risposta poteva essere: "Grazie del pensiero, sei stata gentile". Stop. Mai mi sarei aspettata un attacco personale. Invece, lui, con la sua mente bacata, ha pensato altro. Poverino. Non ha considerato che il mio gesto ha come obiettivo quello di fare del bene a una persona a lui cara. Un gesto che ho dovuto pure finanziare, con difficoltà, con soldi che non avevo, ma l'ho fatto con il cuore. Mi dispiace per lui. Non ha speranze. Da un soggetto simile preferisco stare alla larga. Numero cancellato e via.

26 marzo, 2015

I miei menu? Mai scontati


La prossima settimana sono in ferie. Programmi: uscite tutte le sere (già due eventi fissati per lunedì e martedì), pulizie speciali, tagliando scooter e una cena a casa mia, con le amiche. Ho tutto il tempo che voglio per cucinare. Le ragazze sono entusiaste. Il menu le incuriosisce. Di certo, non è un  menu classico. Alcune mi chiedono: "Ma che piatti sono?". E mi viene da ridere.

Antipasto leggero: vol-au-vent con gamberetti, zucchine e tofu. Una delle ragazze non può mangiare latticini, per cui sostituisco la besciamella con il tofu.

Piatto unico: bourguignonne di carne bianca e rossa con salsine di tutti i tipi, anche la mia preferita, ossia quella al tamarindo.

Contorno: patate al forno e crudités.

Dessert: baklava.

Il tutto innaffiato da un bianco siciliano, il Colomba platino, per aperitivo, e Morellino di Scansano per la carne.

Il dolce è da preparare il giorno prima perché così è più buono. La ricetta richiede due ore di tempo, comprando la pasta fillo surgelata. Solo per il passaggio in forno il baklava ha bisogno di cuocere un'ora a bassa temperatura.

Spero di fare bella figura con le ragazze!

25 marzo, 2015

La mia prima bachata, evviva!


L'amica mi convince: "Andiamo a ballare latino"
. Ancora la ricordo. Lei, alla sua festa di compleanno, mentre si esibisce in una salsa e dà spettacolo in pista. E noi invitati, incapaci di danzare i balli caraibici, rapiti dai suoi movimenti sensuali. So che non è facile ballare la salsa, ma ci voglio provare. Sono un po' preoccupata perché non ho una buona coordinazione nello spostarmi, perdo il tempo anche in discoteca, ma ok: facciamo un tentativo.

Mi spiegano i passi e capisco che la salsa è improponibile per una alle prima armi: troppi passi da contare. Invece, la bachata è più facile e anche più lenta. Va bene, vada per la bachata. Scendo in pista con un cavaliere d'eccezione, bravissimo. Un amico di quelli dolci e disponibili. Se sbaglio, lui mi riprende. E mi diverto come una matta. Sorrido. Wow!

Lui mi stringe a sé. Siamo gamba contro gamba. Mi accorgo che sono tutta rossa in viso: un pomodoro è più pallido di me. Non sono abituata a ballare a stretto contatto. Attaccata al corpo di un uomo che mi avvinghia e mi fa girare da una parte all'altra. L'imbarazzo è chiaro sulle mie guance paonazze. Poi, lui è pure carino e questo non aiuta.

La location non è il massimo dello chic. Poche ragazze guardabili (e scortate). Tante bruttone strizzate in abitini di un paio di taglie in meno rispetto a quelle che dovrebbero indossare, con le cuciture in tensione, in fase di strappo, e le forme compresse per apparire più snelle e procaci. Le osservo e penso che siano volgari. Troppo trucco. Lo stile? Quello delle shampiste di periferia.

Al confronto, io e la mia amica sembriamo due miss di gran classe. Forse per questo motivo qualcuno si avvicina per chiedermi di ballare. "Non sono capace - rispondo -: è la mia prima volta". Non importa, mi fanno ballare lo stesso e continuo a sorridere e divertirmi.


23 marzo, 2015

Ci serve qualche lezione d'inglese


Promozione. Come farci ridere dietro dagli stranieri
. Semplice: dimostrando di non conoscere l'inglese. Basta guardare i cartelloni di Expo per vedere subito un errore clamoroso. Un "But" al posto di un "Buy". Come se fosse la stessa cosa.

Quando ho visto la foto del cartellone (un successone su Facebook) non ho trattenuto le risate. Fino alle lacrime. Ho pensato all'ironia degli stranieri a Milano. Giustamente. E ho segnalato lo strafalcione ai miei amici che hanno commentato in modo colorito, tra l'indignazione e la barzelletta.

Non so quanto il cartellone sia rimasto in posizione con la T al posto della Y. Qualcuno se ne è accorto e ha provveduto a rimediare. Come? Ristampando tutti i cartelloni sbagliati? Macché, troppo lavoro. Il "refuso" è stato sistemato incollando un adesivo con la Y al posto della T. 

La voglia di tirare via l'adesivo con la Y è forte. Mi tratterrò.  Per il bene di Milano e dall'esposizione.

20 marzo, 2015

Mi vesto come mi pare: da baby


Le regole del look non vanno ignorate. A una certa età - diciamo sopra i 40 - il guardaroba deve riflettere la maturità di una donna. Questione di stile. O ti adegui o appari ridicola. Perfetto: voglio apparire ridicola. Se mi sento bene con una minigonna comprata in un negozio per bimbe, perché non posso indossarla?

Il primo errore di una quarantenne è la lunghezza dei capelli. Quando compaiono i primi fili bianchi è meglio accorciare la chioma. I capelli lunghi traggono in inganno, come ricorda un detto: "Dietro liceo, davanti museo". E anche qui, mi scontro con il bon ton. Se vado dal parrucchiere una volta l'anno è già troppo (giusto per sistemare le doppie punte). Adoro portare la coda e a volte esco addirittura con le trecce. Vuoi mettere un bel paio di trecce sotto un Panama? E' irresistibile. 

Il secondo sbaglio è una mise troppo giovanile. Via libera al jeans, ok la camicina a fiori, o colorata, un po' baby. No al maglione tutto fantasia. No al vestitino cortissimo. No al cappellino di lana da Puffetta. Lo so, non dovrei comprare nei negozi per bambini, ma non mi lascio influenzare dal giudizio degli altri. Se mi sento a mio agio con l'abitino corto, taglia 12 anni, non capisco perché non posso sfoggiarlo. Qualcuno mi ride alle spalle? No problem, almeno regalo momenti di ilarità.

18 marzo, 2015

Tutto torna nella vita


Ci sono cose che non riusciamo a spiegarci. Non subito. Poi, succede qualcosa e capiamo i motivi. Doveva andare com'è andata. Quante volte desideriamo che la vita scorra come vorremmo noi e poi ci amareggiamo perché gli eventi ci sembrano ostili. Ho imparato che tutto ha un senso. Perché se guardo il passato, mi accorgo che alla lunga le situazioni si sono sistemate.

"Si compie la volontà di Dio, non la tua - dice la mamma - ma noi ci ostiniamo a non accettarla". E' vero. Non ci rendiamo conto che un piccolo dispiacere oggi ci risparmia una catastrofe domani. Niente è per caso.

Senza quello che mi è capitato, senza la sofferenza, non avrei mai realizzato il mio sogno professionale. Invece, adesso, eccomi qui. Ascoltata. Stimata. Con un maggiore spazio d'azione. Piena di idee che piacciono ai capi. Impegnata nel lavoro che so fare meglio, in cui riesco a esprimermi senza limiti.

Ho ritrovato la fiducia in me stessa, nelle mie capacità. Le genialate le ho sempre avute, ma il senso d'insicurezza mi ha spesso impedito di tirarle fuori o di condirle con dettagli azzardati. Oggi, non è più così. Sono un vulcano di proposte. Ho talmente tante idee che mi tocca appuntarle per non perderle.

17 marzo, 2015

La presunzione di voler cambiare gli altri


Devi cambiare! Se vuoi piacere a Pinco Pallino, devi cambiare
. Anche no. Non credo che le persone possano cambiare davvero. Al massimo sono in grado di smussare gli angoli. Chi nasce quadrato non può morire rotondo. Il punto è: accettare le persone per come sono. Costa fatica? Sì. Nessuno lo nega. Ma se ci tieni, accetti. Una persona non ti piace? Nessun problema. Non la frequenti. Ma chiederle di essere quello che non è mi pare una pretesa assurda.

Mi sono confrontata con questo discorso tante volte. E ho risposto con una battuta: "Se volevo piacere a tutti, nascevo aumento di stipendio". Non capisco questa esigenza di dover piacere a tutti. No, non m'interessa. Gli amici? Pochi, ma buoni. I veri amici sono quelli con cui non ti devi nascondere, non devi portare la maschera. Ti apprezzano così come sei. Non mi stancherò mai di ripeterlo. Se gli amici non si comportano così, allora non sono veri amici, di conseguenza è meglio perderli che trovarli.

Poi, se una persona cambia e riesce a migliorarsi, a imparare da i suoi errori, va benissimo. Tanto di guadagnato. Ma non deve farlo per gli altri. Come ho scritto tante volte, non sono una santa. Ho il mio bel caratterino... poi se guardi più in profondità ti accorgi che sono generosa, affettuosa, disposta al sacrificio per amore, se è necessario.

Domenica, Don Edo durante la messa ha parlato del corso prematrimoniale. Ha domandato ai ragazzi che si accingono a sposarsi di guardarsi negli occhi e chiedersi: "Tu moriresti al posto mio?". Ecco, di questo sto parlando. Solo chi morirebbe al posto tuo. Solo chi si taglierebbe un braccio per te, ti ama. Il resto è una chiacchiera.

Quando ho conosciuto Luca ho capito subito che aveva problemi relazionali. Mi chiedeva tanto (secondo lui ero io a chiedere), mi chiedeva di non mentire mai, di essere me stessa, mi aveva dato un soprannome senza neanche conoscermi, si comportava da innamorato al secondo appuntamento. E quando mi sono lasciata andare è successo un casino.

Sì, Luca ha problemi. Gli viene un attacco di panico soltanto perché ha sbagliato strada o tu hai detto una cosa che lui non ha gradito. E questa è la punta dell'iceberg. Eppure, sapendo dei suoi problemi, del fatto che sarebbe stato difficile stargli accanto, lo avevo scelto. Mi ero detta: "Ok, sarà dura. Non mollo". Mia madre preoccupata: "Ti porterà nel baratro con lui, lascialo stare". Non ho ascoltato, ci ho provato, ho tentato l'intentabile, credendoci fino in fondo. Fidandomi di lui. Al punto da permettergli di torturarmi, di massacrarmi, senza opporre resistenza. L'ho fatto e non sono pentita.

Perché sono convinta che quando tieni a una persona, la prendi "con tutto il pacchetto", non solo quello che ti conviene. Pregi e difetti. E non cerchi di cambiarla. Se tenti di cambiarla, non la ami veramente. Ami l'idea di quella persona trasformata, non la persona per come è veramente.

Gli orrori di questa società


Prostituta incinta (al settimo mese), i clienti fanno la fila. 

Sono troppo schifata, non commento. Aprite il link e leggetevi l'articolo.

16 marzo, 2015

Quando lei ha 20 anni meno di lui


Fanno un po' tristezza gli uomini che rincorrono le ragazzine
. Quando vedo questi maschi un po' attempati, con i capelli sale e pepe se non addirittura grigi, accanto a donne giovanissime, la prima cosa che noto è "la bava alla bocca". Eh, sì. Questi uomini sbavano, di brutto. Hanno gli occhi lucidi di quei bimbi alle prese con l'ultimo giocattolo ricevuto. Si comportano da zerbini - ne sono consapevoli, purtroppo - e fanno finta di essere dei miracolati. Come se la giovinezza fosse una virtù e non una fase della vita. E loro avessero ricevuto una grazia divina. Il pensiero "potrebbe essere mia figlia" non li sfiora. Dieci anni di differenza sono un conto, 15 o 20 iniziano ad essere troppi.

"Non sposare mai un uomo che ha 15 anni più di te" mi ripeteva la mia madrina. Lei parlava per esperienza personale. Da giovanissima, la mia madrina ha costruito una famiglia con un marito più grande e sulla distanza, nell'età della vecchiaia, si è trovata in difficoltà. Problemi su problemi. Tempo passato a fare l'infermiera. Sopportazione, sofferenza e altro. Ma lei è una persona integra e ha resistito senza mollare il colpo. Oggi, quante sono le donne disposte a sacrificarsi accanto a un uomo che non si regge più in piedi? A occhio, zero.

Le coppie "nonno/nipote" che resistono all'usura dei lustri si contano sulle dita di una mano. Se l'obiettivo è qualche anno d'amore, magari la ragazzina va bene. Se l'obiettivo è "finché morte non ci separi", il discorso cambia. In questo caso, i maschi finiscono per perdere la camicia. Come diceva Ivana Trump dopo la separazione dal consorte milionario: "Non prendetevela... prendetevi tutto".

Gli uomini-da-donne-giovani non riescono a ragionare sulla distanza. Non si rendono conto che se anche conquistano la bellona di turno, non hanno chance sul lungo periodo. Da vecchi si ritroveranno separati oppure cornificati. Contenti loro. 

La donna che ha tradito, risposta (pubblicitaria)


Attenzione! Lucia replica a Enzo
(chissà perché mi ricordano Renzo e Lucia? Il pubblicitario ha attinto dai Promessi sposi?) con un'altra lettera sul Corriere (nella foto). Stavolta so che è una pubblicità - sia la prima lettera di Enzo sia la risposta di Lucia - forse per il lancio di un reality sull'infedeltà, e la lettura del testo mi diverte. Non ho più quel senso di disgusto da primo impatto (moralista). Sono curiosa di sapere che cosa ha da raccontare la donna. Oltre ad ammettere il tradimento.

Mi viene un po' da ridere quando Lucia parla dei chili di troppo (un classico) e dei 31 giorni di vacanza in Egitto. Chi si fa una vacanza di ben 31 giorni? Proprio 31, non 30. Già questo dettaglio sembra uno scherzo calcolato con arguzia. Ma il colpo di scena è alla fine. Lei non ha tradito con l'avvocato, con il personal trainer o con il tizio conosciuti in chat... bensì con il capo di lui: "Max" (la scelta del nome Max lascia pensare a qualcosa di "grande").

Ho letto le parole di Lucia durante il pranzo di sabato con le amiche. A parte i commenti, nessuna è riuscita a trattenere le risate, un po' amare perché purtroppo queste cose capitano anche nella vita reale. 

13 marzo, 2015

Tradimento (pubblicitario) con sputtanamento nazionale


Da mesi Ale mi incita: "Scrivi di tradimenti, scrivi di quante persone non si fanno scrupoli a entrare in una camera d'albergo con sconosciuti/e". Non è un argomento che mi piace affrontare. Ma oggi, con la lettera sul Corriere della Sera (nella foto) di un uomo tradito dalla "perfetta mogliettina", ci spendo qualche riga.

Enzo, ha comprato una pagina del quotidiano e ha sputtanato la moglie, Lucia, raccontando le avventure della donna (non una!) con altri: l'avvocato, il personal trainer, uno conosciuto su una chat. A leggerla quasi mi viene il voltastomaco. Ma pare che sia soltanto una trovata pubblicitaria. Boh! La trovo di pessimo gusto.

Oltre alla lettera ne ho sentite di tutti i colori. Stavolta fatti veri. Mi ha impressionata una frase ascoltata qualche mese fa: "La mia amica ha un marito e tre figli, ma ha anche un'amante. Non la giudico". Ok, non giudichiamola, ma non pensiamo a quel povero cristo cornificato?

Se una donna non sta più bene con il marito, deve avere il coraggio di lasciarlo. Invece, una persona egoista, tradisce e rimane in casa, perché tanto è più conveniente così. E' la convenienza a dettare legge, nient'altro. E il rispetto? Dove lo mettiamo il rispetto verso l'altro? E verso se stessi? Mi sa che non è più un valore (per gli altri, non per me). Ma prima o poi tutti gli altarini si scoprono... e i panni sporchi si lavano in piazza, come la lettera pubblicata oggi.

Non ho mai tradito e non comprendo bene il meccanismo che spinge una persona a comportarsi così. Più vado avanti e più mi sembra di essere un'aliena in un mondo di merda. Se non sei merda, non piaci. Eh, no. Non ci sto. Sorry.

09 marzo, 2015

Non siamo capaci di guardare dentro le persone


L'apparenza inganna
. Questo vecchio slogan è ancora valido. Vedi una persona carina e la immagini bella anche dentro. Eh, no. Non funziona così, anche se la società fa di tutto per convincerci che questo sia lo schema giusto. Spesso ci fermiamo alle apparenze, non guardiamo nel profondo, non cerchiamo l'umanità. Non teniamo conto dell'anima. Come se questi elementi fossero dettagli e non qualità fondamentali per capire chi abbiamo davanti.

Ogni persona è diversa. Ha un background differente. Cultura, educazione e intelligenza hanno un peso, certo. Ma se manca l'umanità, se manca il calore, se manca la generosità di dare affetto, che cosa che ne facciamo di cultura e intelligenza? Nulla.

Ieri, in chiesa, una coppia di vecchietti si è seduta accanto a me. Marito e moglie con i capelli bianchi, lenti nei movimenti, hanno scelto il mio banco. Lui era pieno di attenzioni per lei. Lei ricambiava le gentilezze con il sorriso. Mi hanno fatto un'immensa tenerezza. E ho pensato: Ecco che cosa voglio nella mia vecchiaia. Un uomo che abbia voglia di starmi accanto quando sarò decrepita. Che mi amerà quando sarò curva, con rughe e capelli bianchi. Che non guarderà se ho lo smalto alle unghie o la tinta ai capelli. Un uomo in grado di vedere la bellezza dentro di me, capace di osservare oltre il bel faccino, il fisico asciutto, la cultura e l'intelligenza.

Ho imparato la lezione. Adesso, sto più attenta alle qualità interiori di un uomo. Non mi fermo al viso e al fisico. Voglio scoprire il resto. Leggergli negli occhi. Soltanto così posso capire se ho a che fare con una persona davvero bella.

"Una mano che ti aiuta ad alzarti quando cadi è molto più importante di mille braccia che ti stringono quando stai in piedi" (cit.)

06 marzo, 2015

Ho sognato il pancione


Mi capita di sognare eventi che poi si verificano nella realtà. Quando li racconto le persone fanno fatica a crederci. Alcuni sono i classici sogni d'immaginazione (non c'è dietro nessun avvenimento futuro), altri sono quasi premonizioni o dialoghi con persone che spesso non riconosco. Nella maggior parte dei casi, i sogni non mi lasciano tranquilla: mi buttano addosso angoscia e ansia. Mi risucchiano tutte le forze. Mi alzo con la stanchezza di chi ha appena finito una maratona. Non sono belle sensazioni.

Di sogni positivi e d'immaginazione ne arrivano pochi. Uno l'ho avuto prima di conoscere Luca. Ho sognato Luca un mese prima d'incontrarlo (le ragazze lo sapevano) e quando l'ho visto veramente sono rimasta scioccata. Mi veniva da svenire. Nel sogno era proprio lui, con i capelli per aria, ingellati e spettinati.

L'ultimo sogno mi sembra più un desiderio. Non qualcosa di realizzabile. Non lo avevo mai fatto e mi sono svegliata con il sorriso. Ho sognato che avevo il pancione. Era estate e andavo in ospedale a trovare Luca (chissà per quale motivo). Insomma, mi sono vista incinta e bella grossa, vestita con un abitino leggero a fiori beige e gialli (non lo possiedo, almeno non ancora). Il padre del bimbo/bimba? Non l'ho visto nella mia immaginazione. Non c'era. Di sicuro, non Luca. Ma la sensazione del pancione era talmente emozionante che mi sono commossa. A volte, basta un sogno per stare bene. Un'iniezione di ottimismo e serenità. Poi, nella vita, tutto può succedere. 

05 marzo, 2015

L'aridità delle persone ancora mi stupisce


Fratelli che non si parlano da anni, magari per questioni di eredità. Coniugi che si fanno la guerra o si ammazzano. Amici che non conoscono il rispetto per il prossimo. L'egoismo, la falsità e il menefreghismo regnano sovrani nella società in cui vivo. Gelosia e invidia dominano su altruismo, affetto e generosità. L'aridità che vedo in giro è impressionante. Ancora mi stupisco di questo. E mi ribello: non sono così. Mi sento quasi un'aliena. Sono stata cresciuta con altri valori e altri principi. E forse sono stata più fortunata di molti.

Non potrei mai allontanare mio fratello, né per soldi né per un litigio di altra natura. L'affetto non ha nulla a che fare con il denaro (non sono una persona venale, dei soldi non m'importa nulla) o con le divergenze. Come ci si può privare di una persona cara? Proprio non lo capisco. Come non capisco il "finto amico" che t'intorta con belle parole per avere un ritorno. Ti usa. E quando ha ottenuto quello che voleva, ti saluta. Ti cerca soltanto perché servi. Ma è davvero un amico? Assolutamente no.

Non voglio toccare la questione delle tragedie familiari. Lui ammazza lei. Oppure lei uccide lui. I figli, vittime tra due carnefici. Qual è il meccanismo che scatena una violenza di questo genere? Perché le persone non si fanno curare? Al momento non riesco a trovare le risposte a queste domande. Rimango scioccata e basta.

Certo, non sono una santa. Non ho un carattere facile. Quando mi saltano i nervi divento una furia e mi sfogo trattando male chi mi ha fatto un torto. Ma poi chiedo scusa. Non ho intenzioni cattive. Sono incapace di provare sentimenti di odio e rancore o desideri di vendetta. Questo mi salva.


03 marzo, 2015

Trovare l'amore su Tinder è probabile quanto vincere milioni al Superenalotto


Quando Alessandra ci ha dato la notizia, quasi non ci credevamo. Una delle girls ha trovato l'amore su Tinder. La storia di Ale con il tinderista va avanti da molti mesi. Si è trasformata in una semiconvivenza. Lui ha conosciuto la famiglia di lei a Natale e la coppia è affiatata.

Con un risultato del genere, anche noi amiche single abbiamo voluto provare l'applicazione d'incontri. Con un pizzico di scetticismo e tanta curiosità. Ma a nessuna è andata bene. Finora. Ale è stata fortunata: ha vinto il suo personale Superenalotto.

Per quanto mi riguarda, ho incontrato tre degli uomini con cui ho chattato, tre aperitivi in luoghi a me conosciuti, dai quali poter scappare velocemente in caso di pericolo (sono previdente). Non ho conosciuto gente strana, ma semplicemente i tre non mi hanno interessata. Tutto qui. La parte divertente è stata la chat. Mi sono sbizzarrita in battute e fesserie. Risate a go go. E quando lo scherzo scemava: addio.

Sono stata su Tinder un paio di settimane e ne sono uscita disgustata. Tra i profili maschili proposti ho beccato due miei amici sposati (all'apparenza felicemente sposati) con figli. Uno addirittura è diventato papà da pochi mesi. Ecco, non ho gradito questa cosa. Ma tu sposato, come fai a mettere la faccia su Tinder? Non hai paura di essere beccato? Che schifo.

Un buon amico ti ama così come sei


Foto tratta da L'arte di non amareggiarsi la vita.

Delle parole nell'immagine apprezzo soprattutto l'ultima frase: " Ricordiamoci che tutti valiamo e che l'unica qualità essenziale è la nostra capacità di amare". Ecco, la capacità di amare. Quella non mi manca, anche quando prendo calci in faccia. Non importa, sono fatta così.

Ma non posso non rimanere delusa quando mi accorgo che un amico se ne frega dei miei successi. O si parla di lui, dei suoi interessi, dei suoi lavori e delle sue passioni, o non esiste altro argomento di discussione. Lui, lui, lui. Sempre e soltanto lui. No, questa non è amicizia. Almeno per come la intendo io.

02 marzo, 2015

Apparire provocante e sexy? Non m'interessa


Una frase di Edward Estlin Cummings mi rappresenta perfettamente, me la sento cucita addosso.
"Non essere altro se non te stesso - in un mondo che fa del suo meglio notte e giorno per renderti un altro - significa combattere la battaglia più ardua che un essere umano possa combattere; e non smettere mai di lottare". 

"Essere sempre me stessa" è la base del mio stare al mondo. Non mi vergogno dei miei difetti, dei miei comportamenti, giusti o sbagliati. Sono sempre vera. Un libro aperto. Inoltre, non sono disposta a "infiocchettarmi" per apparire più bella, più provocante, più desiderabile. Mi piaccio così, nella mia semplicità. Almeno al mattino, quando mi alzo dal letto, non sono diversa dalla sera prima (sappiamo tutti che il trucco fa miracoli).

Non ho mai puntato sul make-up. Fino all'età di 31 anni uscivo di casa senza neanche mettere la crema idratante sul viso. Non sopporto di avere la faccia "impasticciata" da terre e ciprie: mi dà una sensazione di sporco. Sono incapace di stendere ombretti e matita. Giusto con il rimmel me la cavicchio in maniera decente (ma poi non lo so togliere bene e rimango con gli occhi neri).

Odio le unghie lunghe e da poco tempo uso lo smalto quotidianamente. Non ho mai tinto i capelli, anche se dovrei iniziare, visto che i primi fili bianchi sono quasi evidenti. Dal parrucchiere ci vado una volta l'anno, giusto quando i capelli sono troppo lunghi. E uso la lametta per togliere quei quattro peli superflui (sottili) che ho.

Certo, mi piacciono gli abiti carini, da mettere la sera, ma che siano comodi e che mi permettano di usare il reggiseno. Sono una prima misura e anche se non rischio che le tette mi caschino, mi sento nuda senza il copripoppe. In genere, preferisco i jeans con gli stivali.

I tacchi li uso quando proprio è necessario. A fatica. Ho un'avversione per i trampoli. Non capisco perché mi devo torturare i piedi. Sono davvero più bella con lo stiletto? Boh, ho qualche dubbio.

Non parliamo poi della biancheria. Ho tutta roba sportiva di Tezenis nelle varianti bianco, nero e beige. Il pizzo proprio non lo sopporto. Se devo farmi un regalo, passo in libreria, non nei negozi di lingerie. Insomma, sono una donna semplice. Punto sul cervello e non sul corpo. La vera me stessa vale molto di più della valsa me stessa. Forse sbaglio? No, non sbaglio.


27 febbraio, 2015

Pensando a Dio ci prendiamo rischi maggiori


L'occhio mi cade su una ricerca scientifica curiosa, pubblicata sulla rivista 
Psychological Science. Titolo: "Pensando a Dio le persone tendono ad assumersi rischi maggiori". Cerco di capire di che cosa si tratta. Il succo della questione è un po' questo: se ci affidiamo a Dio siamo più coraggiosi, come se la vicinanza al Signore abbia il potere di assisterci, rassicurarci e proteggerci. Conseguenza: ci buttiamo, siamo disposti a rischiare di più. Chi non ha mai pensato, prima di un'impresa: "Dio, aiutami tu"?
Lo studio fa una distinzione tra rischi "morali" e quelli "immorali". Sui primi l'effetto della fede è evidente. Sui secondi (vedi uscire dalla droga o compiere atti illegali) non c'è nessuna correlazione.

Per quanto mi riguarda, la fede è un po' un rifugio. Non solo ha un potere sulle mie scelte, ma è anche una cura per guarire dai mali del cuore e dell'anima. Una preghiera basta per sentirmi un po' sollevata, per cui spesso mi ritrovo a recitare, tra me e me, il Padre Nostro o L'Ave Maria (in latino). Senza questa àncora di salvezza non so se sarei riuscita a uscire in fretta da alcune situazioni difficili. Magari sono una fessacchiotta, ma ci credo.

Non posso dimenticare "la grazia" ricevuta molti anni fa dalla Madonna, quando, finiti gli studi universitari, non sapevo quale strada prendere. All'epoca non volevo assolutamente fare il lavoro per cui avevo studiato tanto. Cercavo una via d'uscita. Ma con una laurea specialistica e nessun altro skill nel curriculum, mi vedevo intrappolata in un lavoro poco soddisfacente.

Tutto è cambiato con un viaggio a Lourdes insieme alla mamma. Ma in quel posto sacro, davanti alla Madonna, non ho avuto il coraggio di chiedere nessuna grazia. A Lourdes, ho visto la vera sofferenza delle persone e mi sono vergognata di fare una richiesta stupida di tipo lavorativo. Sono tornata a casa senza chiedere nulla. Eppure, poche settimane dopo, mi è arrivata l'offerta di lavoro che mi ha cambiato la vita. Mai avrei pensato alla professione che svolgo adesso con entusiasmo e voglia di migliorare.

26 febbraio, 2015

L'abbraccio da dietro tra emozione e ricordo


Papà era sempre l'ultimo ad alzarsi da tavola. E così, quando vivevo in famiglia, approfittavo del suo immobilismo su una sedia per abbracciarlo da dietro. Lui seduto, io in piedi dietro di lui. Con le braccia intorno al suo collo. Papà consumava la frutta o il dessert mentre lo ricoprivo di carezze e bacini. Quel rito, dell'abbraccio da dietro, si ripeteva spesso dopo pranzo. Dava a entrambi una grande emozione. Impossibile dimenticare i sorrisi di papà mentre masticava qualcosa.

Ho continuato a ripetere il gesto ogni volta che tornavo a casa (quanta gioia). Fino alla morte di papà nel 2006. Mai avrei pensato di poter rifare una cosa del genere. Eppure mi è capitata. Ieri sera, mentre Daniele suonava la chitarra dopo cena e cantava su mia richiesta "Don't write me off", mi sono alzata dalla sedia e senza neanche pensarci l'ho abbracciato da dietro la sedia, circondandogli le spalle e accarezzandogli i capelli.

All'inizio Dani è rimasto un po' freddino al mio contatto, quasi imbarazzato, ma non ho mollato la presa e dopo un po' lui ha appoggiato la sua guancia sulla mia, in segno di apprezzamento, e ha continuato a suonare. E' stato un momento di grande tenerezza.

In quell'attimo ho ripensato alla mia famiglia, a quanto sono stata fortunata a crescere con due genitori  che mi hanno riempita d'amore e mi hanno insegnato ad amare gli altri. Due genitori specialissimi che mi hanno regalato un'infanzia felice e spensierata. Ma Dani è un'altra cosa: è un amico. Non sangue del mio sangue. Eppure mi ha dato un momento di familiarità e di forte emozione. Non lo dimenticherò.

25 febbraio, 2015

La capa mi ricorda mio padre


Papà è morto in un incidente di moto nel 2006
. Mi manca tantissimo. La sua scomparsa è stato un shock. Il dolore più grande della mia vita. Di punto in bianco, mi è stato detto: "Papà non c'è più".

Nei miei pensieri papà è sempre vivo - nonostante il vuoto che avverto dentro - come un ricordo bellissimo di immenso amore. E per sentirlo vicino porto il suo orologio al polso, mantenendo presente nella memoria quel legame indissolubile tra genitore e figlia.

Una persona che mi ricorda papà è la mia capa. Ha lo stesso modo di parlare e un comportamento simile. Pazzesco! Le prime volte che ho parlato con la capa mi sono sentita in imbarazzo. Non riuscivo a spiccicare parola, proprio per questa strana somiglianza. Adesso, l'ho superata. Quasi. Se mi piace la mia capa? La risposta è ovvia: è come chiedermi se mi piace il mio papà.

24 febbraio, 2015

La pancia degli uomini è sexy


Addominali scolpiti. Mah! Proprio non capisco gli uomini che rincorrono il mito della pancia piatta. La tartaruga sul ventre può essere anche bella da vedere, ma fa senso toccarla. E' come accarezzare il marmo. E tra un peluche e una roccia, preferisco il peluche. L'emozione di stringere "qualcosa di morbido" non ha prezzo.

Per quanto mi riguarda, sono le imperfezioni di un uomo a renderlo affascinante e desiderabile. Speciale, per tanti versi. Unico e irripetibile. Il corpo statuario non mi attira: lo trovo noioso. Non solo. Essendo io una donna spigolosa, ho bisogno di "atterrare" sul morbido per non farmi male. Puntare su un maschio palestrato e muscoloso, per me è come scegliere di dormire sul pavimento, quando ho a disposizione un bel materasso comodo. Insomma, tifo per i difettucci. Per qualche chilo in più (escluso la pancia da uomo-incinto). Per quello strato di dolce adiposità che circonda il girovita maschile. Le maniglie dell'amore sono davvero sexy o non si chiamerebbero così. Giusto?

E quando penso al mio corpo e vedo piccoli segni sulle gambe (pochi per fortuna), non mi creo problemi. Sarei un'aliena se non li avessi. Invece, sono un essere umano, con tutti i difetti che questo status comporta. Non posso poi non tenere in considerazione che con l'età gli inestetismi sono destinati ad aumentare. E' possibile che mi venga pure la cellulite. Che cosa importa? La mia bellezza è soprattutto interiore. Quella non sfiorirà mai con il tempo.

17 febbraio, 2015

Carnevale, riuscirò a diventare Trilly?


Il Carnevale è quasi finito. Ancora pochi giorni utili per mettersi in maschera e andare alle feste. Erano anni che non pensavo a una festa in maschera. L'ultima volta che mi sono mascherata per Carnevale frequentavo il liceo. Con Cristina e Rosa ci eravamo presentate a scuola come Banda Bassotti e in un attimo di follia avevo pure dato una manganellata in testa al preside per scherzo. Quante risate!

Adesso ho deciso che quest'anno voglio travestirmi. Demenza senile o ricerca di leggerezza? Non mi pongo la questione. Di sicuro, c'è il desiderio di tornare un po' bambina. Il mio abito? Trilly. Perché voglio sentirmi magica e volare.

L'idea di Trilly mi piace. La parrucca bionda la possiedo grazie a un Halloween di due anni fa, le ali le ho prese in un negozio vicino al lavoro, ma il vestito è ancora tutto da cucire. Ho tagliato la stoffa verde e ho pure sbagliato le misure: mi sta enorme. Meno male che ho disegnato prima il carta-modello! Non ho ancora comprato la cerniera per l'abito e mi mancano gli strass. Insomma, sono molto indietro. "Dai, metti due punti con ago e filo, che ci vuole?" mi dice Chiara.

Sì, Chiara ha ragione. Non deve essere per forza un vestito cucito alla perfezione. Bastano anche due spilli, volendo. Il problema è un altro: non ce la faccio fisicamente a pensare alle feste di Carnevale. Finisco di lavorare sempre tardi e la sera mi ritrovo senza un briciolo di energie. Il mio corpo è una batteria scarica. Non è la giornata pesante in ufficio. E' il resto, il contorno, che non reggo e che mi prosciuga tutte le forze. Spero passi presto.

16 febbraio, 2015

Il diamante dell'ex? Meglio non portarlo

Bilancio di diamanti: due anelli di fidanzamento restituiti (per imposizione di papà) e uno tenuto. L'ultimo. Non un anello, ma un diamante a ciondolo, da portare al collo. Il solitario a ciondolo me lo ha regalato Paolo, l'uomo che stavo per sposare, quando mi ha chiesto di diventare sua moglie. E quando le nozze sono saltate, Paolo non ha voluto indietro il gioiello. Anzi. "Tienilo tu - mi ha detto sportivamente -. Non potrei darlo a un'altra".

Ho tenuto il diamante di Paolo al collo per anni. E' montato su oro giallo (preferisco il metallo giallo). Mi piace. Mi sta bene. Lo considero il bijou più bello che possiedo. Ma qualche settimana fa ho deciso di toglierlo. Mi è balenata un'idea. "Vuoi vedere che porta sfiga?". Non credo nella malasorte, in ogni caso è meglio non rischiare. Nel dubbio, via.

Per la verità, non ho mai riflettuto sulla possibilità che quella pietra bianca potesse in qualche modo condizionare le mie relazioni. Non per l'oggetto in sé, quanto per il fatto che alla vista del diamante un uomo potrebbe rimanerne colpito e chiedersi: "Quel diamante che significato ha? E' indice di una storia non finita?".

Adesso al collo ho una catenina con la croce, regalo della mia madrina. Non è la stessa cosa, ovvio. Ma almeno sono sicura che non porta sfortuna e non lascia i miei corteggiatori con un punto di domanda.

Abbasso l'uomo depilato, Mr. Grey docet


Il mio ex fidanzato è depilato
. Lui addirittura si fa il laser per eliminare i peli sul petto. Ma la luce pulsata non funziona con i peli bianchi (ha un'età) e così, se non procede con l'operazione di disboscamento ogni volta, rimane con i pettorali "a macchia di leopardo".

Prima d'incontrarlo non mi era mai capitato un fidanzato glabro. Ma pare che a Milano sia una moda: anche gli uomini vanno dall'estetista. Non solo per la ceretta o il laser, anche per manicure e pedicure. Boh, sarò grezza, ma pedicure e manicure non ne ho mai fatte in vita mia. Eppure ho mani e piedi curati... Capisco i peli sulla schiena che sono anti-estetici, per cui prima di andare in spiaggia sarebbe meglio eliminarli. Ma quelli sul busto li trovo davvero molto sexy, portati con fierezza dal sesso forte.

Anche l'uomo che ho conosciuto dopo l'ex fidanzato è fissato con la depilazione. Perché? E' così "maschio" il petto villoso. E virile. Dà un senso di forza. Ha il suo fascino, un po' come la barba. Infatti, accarezzare la barba o i capelli di un uomo è un gesto di grande seduzione per una donna. Perché non deve esserlo anche accarezzare i peli del petto?

A sdoganare l'uomo con i peli è Mr. Grey, nel film "50 sfumature di grigio". Mr. Grey, bellissimo, porta con fierezza "la selva scura" sotto la camicia. Certo, Mr. Grey ha pochi ciuffi neri qua e là (come Keanu Reeves), ma gli danno quel tocco di mascolinità in più. Imparate, uomini, imparate.

13 febbraio, 2015

Non sono un oracolo: sento e basta


Ormai le amiche hanno scoperto che ho una sensibilità superiore alla media. Hanno capito che sono in grado di sentire cose che gli altri non percepiscono. Così, mi chiedono: "Su questa situazione, che cosa ti senti?". Ho spiegato che non sono capace di gestire questa cosa. A volte, mi arrivano delle sensazioni e a volte no. Non funzionano a comando. Eppure loro mi chiedono ugualmente.

Pochi giorni fa, ho avuto un episodio su un mio amico e mi sono precipitata subito a dirglielo. Lui: "Ma va, non è successo nulla". Poi, però, il giorno dopo, lui mi ha telefonato, scioccato: "Avevi ragione. Quella cosa di cui mi hai parlato mi è capitata oggi. Come hai fatto?". Non lo so.

10 febbraio, 2015

Dell'amore vero e infelice


Amore. Tutti parlano d'amore. Tutti sperano d'innamorarsi follemente
. Non è mica facile. A settembre, leggendo una frase su Facebook, ho commentato: "Magari fosse facile amare". Sono convinta di quello che ho scritto. Certo, si può voler bene a tante persone, ma l'amore, quello al 100%, non si trova dietro l'angolo e a volte non si trova mai. Soltanto pochi fortunati lo sperimentano.

Quando mi sono innamorata follemente, in un nanosecondo, ho capito che quella era la cosa più bella che mi era mai capitata. Amore con la A maiuscola. Wow! La prima a sorprendermi sono stata io. Mi sono chiesta: "Com'è possibile? Perché non l'ho mai provato prima?". Una cosa del genere sembra irreale, fuori dal mondo e da ogni logica. Eppure, è successo.

L'amore vero non ha nulla a che fare con il bisogno di avere una persona accanto o il bisogno di una relazione. E così, quando le amiche mi spingono a uscire e conoscere qualcuno, io ci provo. Esco. Incontro gente nuova. I corteggiatori non mi mancano. Il problema? Non è quello che voglio. Le persone non sono interscambiabili. E quando hai dentro un sentimento forte, non puoi barattarlo per qualcosa di diverso.

"Hai mai pensato a un'avventura? Magari si trasforma in qualcosa di più..." mi dice il mio amico Luca (che ci prova). No, non ho mai preso in considerazione un'avventura. Non sono il tipo. Di donne facili ce ne sono già abbastanza in giro. Ma pur volendo, non riuscirei a toccare un altro uomo.

Ho paura. Ho lasciato andare l'uomo della mia vita. Lui non mi ama e ci ho messo una pietra sopra. Ormai fa parte del passato. Ma quello che ho dentro è talmente grande. Indistruttibile. Ci convivo ogni giorno. Il tempo, soltanto il tempo, mi aiuterà a domare questo sentimento, bellissimo e devastante. E quando penso al mio futuro, mi vedo sola, con i miei spettri. Vecchia e immersa nella solitudine.

Come recita Natalie Wood in Splendore nell'erba:
"Se niente può far che si rinnovi all'erba il suo splendore e che riviva il fiore, della sorte funesta non ci dorremo, ma ancor più saldi in petto godrem di quel che resta".  

06 febbraio, 2015

Quella certezza che si ha solo una volta nella vita

Quando ho letto I ponti di Madison County ero una ragazzina di liceo. Non avevo gli strumenti per capire il genere di sentimento tra Francesca e Robert. Un amore di appena 4 giorni, capace di alimentare l'intera esistenza dei due protagonisti, grati e paghi di quei 4 giorni insieme. Quattro giorni che valgono un'eternità.

Oggi, con un briciolo di saggezza (si fa per dire) sulle spalle, riesco a comprendere la situazione. Forse anche a me sarebbero bastati 4 giorni d'amore per l'eternità. Il tempo è una variabile che conta poco negli affari di cuore. L'Amore al 100% è una rarità. Parlo di "quella certezza si ha soltanto una volta nella vita", come dice Robert. Il punto è che nel mio caso non posso usare il termine amore, perché quel sentimento l'ho provato soltanto io: non è stato corrisposto, né condiviso. Non vale. Non è amore con la A maiuscola.

A me rimane un ricordo. E una consapevolezza: tra noi non ci sarebbe mai potuto essere vero amore (troppi i motivi per stare qui a spiegarli). L'unica cosa che mi spaventa è questa: Se "quella certezza si ha soltanto una volta nella vita", dovrò accontentarmi di un sentimento diverso? Di un amore più piccolo? Credo di avere la risposta, ma non la voglio accettare.

Tutto questo mi riporta alla mente i versi di Pedro Salinas. Un collegamento non proprio lineare, ma tant'è.

E sto abbracciata a te
senza guardare e senza toccarti.
Non debba mai scoprire
con domande, con carezze,
quella solitudine immensa
d'amarti solo io.

05 febbraio, 2015

Una buona azione regala un sorriso


C'è un freddo pazzesco. Esco tardi dal lavoro, come al solito. Sono carica di pesi: ho il notebook, qualche libro appena comprato e almeno un chilo di gomitoli di lana (proprio oggi dovevo passare in merceria?). Insomma, cammino con almeno 7-8 chili addosso. Non importa. Ho la musica nelle orecchie, accelero il passo e spero di arrivare presto a casa. Ma davanti al pronto soccorso vedo un uomo di colore in carrozzina che non riesce ad attraversare la strada sulle strisce. La carrozzina ha le ruote sgonfie, è un po' mal ridotta. Lui è pesante e in più ha una piccola valigia sulle gambe.

L'uomo non riesce a spingere da solo la carrozzina: ci mette una vita per avanzare di pochi centimetri. Mi avvicino a lui: "Posso aiutarti ad attraversare la strada?" gli domando. "Se mi spingi, mi fai un favore - commenta l'uomo -. Sai, sono appena uscito dall'ospedale". Lo avevo capito. Si vede che sta male. Lo guardo bene. Ha gli occhi dolci, come quelle persone che si lasciano guardare dentro. Non è un drogato.

- Posso fare altro per te? - gli dico dopo averlo lasciato sul marciapiede di fronte.
- Mi indichi dove posso prendere il tram?
- E' un po' lontano da qui, come ci arrivi da solo?
Lui rimane in silenzio e mi guarda.
- Ok, ti spingo fino al tram.

La carrozzina è davvero pensante: spingerla richiede energie, che non possiedo. Sono carica di borse e la strada fino alla fermata è lunga. In più, sbaglio percorso. Salgo su un marciapiede, che comprende due isolati, e mi accorgo che dopo aver spinto fino all'incrocio non c'è una discesa per la carrozzina. Quindi, torno indietro e ripeto la strada, ma passando sulla carreggiata, con la speranza che nessuna macchina ci piombi addosso.

Ho il fiatone. Non ce la faccio più. Ripeto a me stessa "dai, un ultimo sforzo" e non mollo. Raggiungo la fermata proprio nel momento in cui arriva il tram. Una corsetta. Ci sono. Il conducente del tram aziona la pedana. Faccio salire la carrozzina sul mezzo e scendo al volo, prima della chiusura delle porte.

L'uomo aiutato mi saluta alzando la mano, con le lacrime agli occhi. Ho il sorriso stampato in volto e mi accorgo di avere un forte mal di schiena a causa dello sforzo. Ma sono troppo contenta della mia buona azione: ho voglia di saltare. Chiamo subito la mamma per raccontare questa esperienza. E' proprio vero: aiutare gli altri fa soprattutto bene a me. 
"La nostra vita non è nostra. Da grembo a tomba, siamo legati ad altri. Passati e presenti. E da ogni crimine e ogni gentilezza generiamo il nostro futuro" (Sonmi 451, in Cloud Atlas)