30 dicembre, 2014

Ode al giorno felice - di Pablo Neruda


(Una poesia di buon augurio per il 2015, grazie Andrea)
Questa volta lasciate che sia felice,
non è successo nulla a nessuno,
non sono da nessuna parte,
succede solo che sono felice
fino all'ultimo profondo angolino del cuore.
Camminando, dormendo o scrivendo,
che posso farci, sono felice.
Sono più sterminato dell’erba nelle praterie,
sento la pelle come un albero raggrinzito,
e l’acqua sotto, gli uccelli in cima,
il mare come un anello intorno alla mia vita,
fatta di pane e pietra la terra
l’aria canta come una chitarra.
Tu al mio fianco sulla sabbia, sei sabbia,
tu canti e sei canto.
Il mondo è oggi la mia anima
canto e sabbia, il mondo oggi è la tua bocca,
lasciatemi sulla tua bocca e sulla sabbia
essere felice,
essere felice perché sì,
perché respiro e perché respiri,
essere felice perché tocco il tuo ginocchio
ed è come se toccassi la pelle azzurra del cielo
e la sua freschezza.
Oggi lasciate che sia felice, io e basta,
con o senza tutti, essere felice con l’erba
e la sabbia essere felice con l’aria e la terra,
essere felice con te, con la tua bocca,
essere felice.

27 dicembre, 2014

Il mio lettore della sera


Andrea ha preso quest'abitudine: la sera, quando non esco, mi legge al telefono qualche pagina di un romanzo o di un libro di poesie. Una volta gli ho detto: "Amo gli uomini che leggono ad alta voce per me". Lui non l'ha scordato e siccome si trova a oltre 500 km, mi legge al telefono per ore.

Finora ha scelto testi che conosco bene, per cui dopo poche frasi indovino titolo e autore.
"Non vale! - commenta Andrea -. Come posso leggerti qualcosa di nuovo?".
Facile: "Devi andare su libri appena pubblicati o molto particolari!" gli spiego. Ai classici ci arrivo dall'incipit. Ai testi moderni più o meno noti: dallo stile, dalla storia o dal linguaggio.

- Ho trovato una cosa da leggerti: stavolta non indovini - afferma Andrea.
- Dammi un indizio - chiedo.
- Cile e Italia
- Neruda
- Uff! Ci hai azzeccato ancora...

22 dicembre, 2014

Un barbone mi ha salvato la vita


Tornare a Roma, significa rivivere gli anni spensierati dell'università
. Le feste, le diverse comitive, gli eventi, i tanti momenti belli e divertenti. Ma non ci sono soltanto i ricordi positivi. La notizia dell'infarto di papà (poi tutto ok), i traslochi, le fidanzate di Mauro (il mio migliore amico e compagno di università) e soprattutto la notte in cui ho rischiato la vita.

Anni Novanta. Sono una giovane studentessa della Sapienza. Durante la settimana esco due o tre volte con gli amici. Mai nei weekend. Troppi ragazzini nei locali. Le volte in cui torno a casa da sola, con la mia Ford Fiesta nera, cerco di rientrare in orari in cui c'è movimento in strada: o prima di mezzanotte o all'alba (dopo la colazione con la sorchetta), quando i primi pendolari si muovono per andare a lavoro.

Una sera sono troppo stanca per aspettare il sorgere del sole. Saluto tutti e per 4 di notte sono già sotto casa. Sto cercando parcheggio. Che culo: c'è posto nello spiazzo, adibito a parcheggio, a 200 metri dal mio portone. E' ancora buio. Chiudo la macchina, prendendo in mano il mio Motorola (non si sa mai). Faccio i primi passi sul marciapiede e  mi accorgo che un'altra auto frena di colpo producendo un rumore di sgommata. L'auto si ferma a circa 500 metri da me e dal veicolo scendono due ragazzi che iniziano a camminare nella mia direzione. Ho paura. Vogliono qualcosa da me? Non vedo un'anima nelle vicinanze. Che faccio? Ritorno in auto, indecisa se chiamare i carabinieri o accendere il motore e andare via.

Un barbone che dorme nel parcheggio osserva tutta la scena. Lo conosco, bazzica dalle mie parti. E' alto e grosso. E' sulla quarantina, ma la strada lo ha invecchiato di almeno altri 20 anni. Ogni tanto, gli do qualcosa da mangiare: un panino o un pacco di merendine.

Il barbone mi bussa al finestrino.
- Che succede? - domanda.
- Li vedi quei due? Ho paura che vogliano farmi del male - rispondo tra le lacrime.
- Stai tranquilla: ti accompagno fino a casa. Non avranno il coraggio di avvicinarsi. In ogni caso, ho un bastone.
-E se quelli hanno una pistola?
- Vieni con me. Fidati.
- Va bene.

Il barbone mi scorta fino al portone, mentre i due rimangono fermi a osservarci, accanto alla loro auto.
- Su, prendi l'ascensore - dice il mio salvatore - io rimango qui davanti ancora qualche minuto.

Sono salva. Sotto shock. Sto tremando. Non riesco a prendere sonno.

La sera successiva il senzatetto ha sistemato il suo giaciglio accanto al mio portone.
- Hai mangiato? - gli chiedo.
- No.
- Ok, vado a prenderti una pizza.

Ho rincontrato altre tre o quattro volte quel 40enne sfiorito troppo in fretta. Gli ho dato qualche soldo con la raccomandazione di non spenderlo in alcol. Poi è sparito. Senza di lui, forse non sarei qui a raccontare questa storia. 

16 dicembre, 2014

Meditazioni e pratiche del piffero


No, sulla chat di gruppo non voglio leggere cazzate di Ho'oponopono. Assurdità del genere "se fai questo, sei così", oppure "se ti comporti in questo modo, sei colà". Mi dispiace. Questa roba la lascio a chi deve curarsi il cervello. A chi ragiona per schemi, trovando formulette per capire ciò che non comprende. Ognuno è libero di pensare come gli pare. Ci mancherebbe. Ma per favore, tenetemi fuori.

Non ho voglia di leggere diktat tipo: "Devi muoverti così, altrimenti non sai amare". Eh? Ma davvero ho bisogno di farmi spiegare da qualcuno quello che ho nel cuore? Quello che sento? Anche no. Non scherziamo. Sono in grado di arrivarci con la mia testa. L'amore non c'entra nulla con gli errori della vita. Si può pure sbagliare... nessuno è perfetto. Ma l'amore... l'amore è un sentimento - non è una relazione, attenzione - e anche se non è condiviso, non vuol dire che non esiste.

"Gli amori infelici sono quelli più puri". Quelli che non pretendono niente. Si donano e basta. A volte in silenzio, a volte buttando giù una serie di parole su un blog. Sono liberi di vivere, senza condizioni e imposizioni. Senza futuro e senza speranza. Vogliono stare per conto loro. Puri, appunto.

Perché le pseudo-regole di Ho'oponopono mi fanno incazzare? Perché le persone non sono tutte uguali e quello che provano, non lo provano allo stesso modo. Non le puoi inquadrare in uno schema prestabilito o incasellarle come ti è più comodo. Il comportamento individuale dipende dal background, non da un assioma prestampato di affermazioni. E siccome, sono stata "giudicata" secondo il metro di una corrente pseudo-filosofica del piffero, non ci sto. I motivi, i perché, sono alla base di un comportamento. Non i risultati. Perché i risultati di un comportamento sono una conseguenza, non la causa. E le cause non si modificano, perché sono il passato. Le cause sono le cicatrici: rimangono sulla pelle a ricordarci che cosa ci è successo. Vuoi capirmi? Impara a guardarmi negli occhi, con i tuoi occhi, tenendo a mente ciò che ti ho raccontato, non ciò che ti ha suggerito un libro.

Le persone vanno capite e accettate per come sono. Punto. Chi pensa di cambiare, o di poter cambiare qualcuno, è soltanto un folle. La gente non cambia con 20 anni di psicanalisi, figurasi se si trasforma con tecniche di autocontrollo e meditazioni.

Adesso, quando inizio una nuova conoscenza, la prima cosa che chiedo: "Sai che cos'è Ho'oponopono? E Vipassana?". Se la risposta è "No", la persona acquista punti ed è frequentabile. Vale la pena investirci del tempo. Se la risposta è "Sì", allora ciao. L'errore si commette una volta, non due.

15 dicembre, 2014

Un concerto alla Scala rigenera lo spirito


Il concerto di Natale alla Scala è diventato un mio appuntamento fisso
. Quasi una tradizione. Di solito, si svolge nella settimana della prima e a invitarmi è sempre la stessa azienda, puntualmente ogni dicembre. Quest'anno non sono riuscita a trovare un cavaliere (mi piace essere accompagnata da un uomo), Paolo è stato in ballo fino all'ultimo, ma alla fine ho chiesto a Chiara (ho sempre due biglietti). Poco male. Ci siamo divertite lo stesso.

Il pomeriggio, prima del concerto, non mi sentivo in ottima forma. Morale basso. Quasi quasi non ci volevo andare, pur avendo in mano i biglietti di palco (preziosissimi!). Dovevo ancora mettere a posto le unghie, comprare le calze nuove, stirare il vestito e tirare fuori il montone elegante. Ho faticato. Sul taxi, stavo per tornare indietro... ma avevo promesso a Chiara e non potevo bidonare. Non per un concerto alla Scala.

Ho fatto bene ad andarci. La serata è stata spettacolare. La musica un incanto. E così, il mio umore si è risollevato in un attimo. Sulle labbra è comparso un sorriso largo come una casa. Non so descrivere l'emozione di ascoltare quelle melodie e sentire le vibrazioni della musica nella pancia. Di stare lì, imbambolata, a nutrire le mie orecchie e la mia anima. Senza dimenticare la ciliegina sulla torta: il brindisi nel foyer, durante l'intervallo, con spumante e panettone. Il concerto ha avuto un effetto rigenerante. Da allora non sono stata più la stessa. Mi sento troppo bene e sono davvero felice. Potere della musica. Della buona musica.

14 dicembre, 2014

Le donne che rovinano la reputazione di tutte


E' comodo avere un amico che abita a un isolato di distanza
. Nel weekend, Alberto, amico e vicino di casa, mi chiede se facciamo colazione insieme, prendiamo un caffè nel pomeriggio o andiamo al cinema. E così, sabato ci vediamo dopo pranzo. Devo comprare alcuni regali e lui ha voglia di accompagnarmi.

Tra un negozio e l'altro, si chiacchiera del più e del meno. "Ho sentito la mia ex - dice lui - e mi ha raccontato di aver conosciuto uno sposato e di aver fatto sesso con lui il giorno stesso che lo ha conosciuto: sono andati in albergo. Per lei è stata un'esperienza fantastica".

Alberto la butta giù così, indicandola come una bella cosa capitata alla sua ex. Una pazzia positiva. Non sono d'accordo. "Troia la tua ex" commento. Alberto mi guarda di traverso. Un minuto di silenzio. "Pensi?" domanda lui. "Non mi sembra un comportamento da persona seria" aggiungo. Non oso esprimere altro, ossia il concetto che una donna del genere potrebbe anche averlo tradito nei 7 anni di convivenza. Ma lui ha capito lo stesso.

E poi gli spiego: "Vedi, a Milano il 90% delle donne si comporta da puttana. In questo modo, gli uomini pensano che il 100% delle donne sia formato da puttane, di conseguenza i maschi trattano TUTTE le donne da puttane. La tua ex è una di quelle che rovina la reputazione di quel 10% di donne serie come me".

Lui non fa una piega. Il mio ragionamento ha senso. Se ci pensa bene, non ho tutti i torti. A me basta ricordare Bormio e le situazioni spiacevoli vissute in autunno. Perché se l'uomo che ho frequentato, ha trovato normale mandarmi una foto hard (non mi era mai capitata una cosa simile)... è evidente che è abituato a donne leggere. "Sono tutte brave a spogliarsi".

A questo punto, Alberto mi chiede di accompagnarlo a scegliere un paio di scarpe. Si fida del mio gusto e acquista le scarpe che gli consiglio. Dopo le compere ci salutiamo con un abbraccio: entrambi abbiamo altri impegni per la serata. Lui è un omone di 195 centimetri e nell'abbracciarmi mi tira su da terra, come se fossi una piuma. Fa sempre così. Mi stringe forte e poi mi rimette giù. Sa che se ha bisogno, mi trova dietro l'angolo. Ormai, sono diventata la sua personal shopper.

10 dicembre, 2014

Ho conosciuto una famiglia felice


L'incipit di Anna Karenina è tra i miei preferiti: "Tutte le famiglie felici si assomigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo". In una frase (che colpisce) è racchiusa una grande verità.

Una famiglia felice è quella in cui sono nata e cresciuta. Sono stata fortunata. Un'altra l'ho conosciuta da poco. Mi ha accolta in casa e dato affetto, pur non avendomi mai vista (aveva soltanto sentito parlare di me).
Paola, la padrona di casa, è stata gentile e comprensiva e la bimba ha preso subito confidenza. In genere, la piccola non ci avvicina agli estranei, ma ha visto dolcezza e bontà nei miei occhi, incluso la disponibilità a giocare, e mi ha considerata una sua amichetta.

Era la prima volta che incontravo Paola - sono amica del marito - e in quel breve periodo passato insieme lei ha capito tutto di me. "E' una persona pura" ha detto al marito. Incredibile. Le sono bastate poche ore per inquadrarmi. Perché è vero che ho un caratterino un po' ribelle, ma ho anche una bontà d'animo che oggi non si trova in giro. Sono trasparente (nel senso positivo della parola), mi manca la malizia, non ho nulla da nascondere. E probabilmente, come raccontavo a Gaia, non ho neanche un inconscio.

Ma alla fine, che cos'è un inconscio? Dalla definizione di Wikipedia:
"Il termine inconscio sta a indicare genericamente tutte le attività mentali che non sono presenti alla coscienza di un individuo. In senso più specifico, rappresenta quella dimensione psichica contenente pensieriemozioniistintirappresentazioni, modelli comportamentali, spesso alla base dell'agire umano, ma di cui il soggetto non è consapevole
Secondo questo concetto, sono quasi sicura di non avere un inconscio. So benissimo da cosa dipendono i miei comportamenti. A qualcuno ho provato a spiegare il mio passato e quel trauma che ha condizionato tutta la mia vita. C'è chi ha ascoltato e compreso (vedi Ale), c'è chi ha ignorato e costruito false credenze, perché tanto è più conveniente. Non importa. Se una persona vuole conoscermi veramente, ci prova. Chi è interessato alla superficie non si spende per andare oltre.

Ritornando alla famiglia felice. Le ore in compagnia del nucleo familiare sono volate, tra chiacchiere e risate. Paola non mi ha chiesto nulla di me - è una donna riservata - ha aspettato che parlassi di mia iniziativa e le ho raccontato qualcosa guardandola negli occhi. Avrei avuto tante altre cose da dirle, rispetto a quello di cui abbiamo parlato, perché lei è in gamba e sa dare consigli utili. Sarà per la prossima volta. Spero che diventeremo amiche.

09 dicembre, 2014

Il colpo di fulmine è confermato dalla scienza

Chi non crede al colpo di fulmine, deve ravvedersi. Secondo la scienza esiste ed è in grado di far innamorare una persona in un quinto di secondo. Lo rivela uno studio della Syracuse University pubblicato sul Journal of Sexual Medicine, come indica questo articolo. (Per correttezza devo dire di non essere riuscita a trovare l'abstract della ricerca). L'attimo che ti fa palpitare il cuore è legato alla produzione di sostanze chimiche e all'attivazione di 12 aree del cervello, quelle che ti regalano una sensazione di felicità al 100%. 

Posso affermare di aver provato questa sensazione. Alla vista di un uomo mi sono tremate le gambe. Ho barcollato. Stavo per svenire. Non riuscivo a connettere. Mi mancavano le parole e pensavo: "Adesso crederà che sono cretina". E' stata una bella sensazione, anche se non ha portato a una storia d'amore. Perché il tutto è accaduto soltanto a me.

Ma non sono l'unica in famiglia ad aver sperimentato il colpo di fulmine. E' capitato anche tra mia madre e mio padre. La mamma, quando ha visto papà, ha capito che lui sarebbe stato l'uomo della sua vita. Mamma non racconta volentieri i momenti del suo innamoramento, per cui ho dovuto sapere dalla zia come si è svolto il corteggiamento.

Innanzitutto, al primo appuntamento - un concerto di Mina - mamma e papà sono stati accompagnati dalle zie (mica si poteva lasciarli soli!). Nei giorni successivi mio padre ha inondato la casa di mia madre di fiori, mandando una quantità esagerata di rose.
"Non avevamo più vasi dove mettere tutti quei fiori - dice la zia - e a un certo punto li abbiamo sistemati nelle bacinelle del bucato. Non hai idea di quanti erano. Tantissimi!".

I fiori non sono stato l'unico mezzo per conquistare la mamma. Visto che mamma aveva appena finito gli studi universitari, papà ha pensato bene di mandarle un regalo per la laurea. Forse un po' eccessivo e costoso: un bracciale d'oro con rubini. Alla vista del dono, il nonno, il padre di mia madre, è andato su tutte le furie. "Come si permette quest'uomo a mandare un regalo del genere? Chi si crede di essere? Questa è una famiglia rispettabile". Mentre mamma rideva sotto i baffi.

La vicenda mi fa un po' sorridere. Altri tempi, gli anni Sessanta. Chi manda più un bracciale con rubini a una donna conosciuta da poco? Nessuno. In ogni caso, la tattica ha avuto l'effetto sperato: dopo un anno di fidanzamento, mamma e papà si sono sposati. E sono nata io.

05 dicembre, 2014

La coppia felice dorme abbracciata (anche no)


Rileggo un vecchio articolo dell'Huffington Post. Sono curiosa di scoprire il significato delle posizioni quando si dorme in coppia. Della serie, dimmi come dormi con il fidanzato e ti dirò se sei felice. L'articolo prende spunto da una ricerca scientifica su un campione di oltre 1000 persone. E già il numero dei candidati mi sembra pochino per trarre conclusioni, ma voglio capire lo stesso che cosa hanno dedotto i ricercatori. Per sapere se "inconsciamente", durante le notti accanto al mio compagno, sono stata felice. E soprattutto se lui è stato felice con me, sempre "inconsciamente".

I risultati sono pure un po' ovvi: più si sta vicini, più si sta in contatto, e maggiore è il coinvolgimento sentimentale. Ho da obiettare. Quest'affermazione non è valida soltanto per la coppia. Per esempio, un bimbo che dorme nel letto dei genitori tende ad attaccarsi a uno di loro. Da sveglio, come da addormentato, il piccolo cerca il legame e dimostra il suo amore. Fin qui nulla di nuovo.

Mi colpisce un particolare di un altro articolo che tratta sempre l'argomento. Riguarda la posizione da abbracciati. In questo pezzo c'è scritto che quando lei appoggia la testa sulla spalla di lui, lui la stringe a sé e la accarezza durante la notte, la coppia è solida e duratura. Nota personale: in questo caso, lei non chiude occhio, mentre lui ronfa. Purtroppo non è così. Ho sperimentato sulla mia pelle che la tesi è sbagliata.

Oggi, si tende a non dormire più insieme al partner. Lo dice la nuova moda. Per via degli orari diversi. Magari lui è abituato a svegliarsi all'alba e lei quando il sole è già alto. Trovo che quella di dormire in letti separati, oppure ognuno a casa propria, per una coppia sia un'abitudine poco romantica. Non c'è niente di più intimo del dormire insieme. Niente.

02 dicembre, 2014

I giudizi delle amiche aiutano a crescere

Quest'estate le amiche me ne hanno dette di tutti i colori. "Hai sbagliato qui, hai sbagliato là. E' colpa tua se è successa questa cosa. Ti sei comportata da stronza quando hai scritto quella frase. Hai una rabbia inspiegabile". Il tutto condito da qualche insulto pesante. Come quello di Enza: "Hai rotto il cazzo!" (Enza è ancora mia amica).

E sì, perché nei mesi caldi, non ho soltanto chiuso con il fidanzato, ho litigato un po' con tutti e ho allontanato due ragazze dalla cerchia delle frequentazioni.

Le amiche ti giudicano quando è il caso. Ti vomitano tutto in faccia. Non usano mezzi termini. Il loro parere (con offese) ti serve a capire gli errori e a crescere.

Infatti, non me la sono presa quando sono stata attaccata. Ho usato le critiche per migliorare me stessa. E ha funzionato. La rabbia è sparita. Ho imparato dai miei errori e sono ritornata la donna dolcissima di un tempo. Non che prima non fossi dolce, ma adesso lo sono di più. Mi piaccio di più. Mi vedo pure più bella.

Soltanto chi ti vuole davvero bene può aiutarti in questo modo. E lo accetti, perché sai che le verità scomode non sono dette per ferirti, ma per darti una mano. Sai che nascono dall'affetto di chi si preoccupa per te. "I giudizi sono come i feedback che chiedi agli altri - commenta Alessandro -: li cerchi per capire se c'è qualcosa che non va che tu non hai notato. Sono necessari. Spesso non sei in grado di accorgerti da solo dove hai preso una cantonata".

Non ho paura dei giudizi degli altri. Anzi, mi fanno bene e li desidero. Mi piace sapere che cosa si pensa realmente di me. Senza menzogne o false apparenze. Non sopporto i comportamenti di maniera.

Oggi, senza la rabbia che ho perso per strada quest'estate, sono capace di affrontare le situazioni con maggiore sicurezza. Riesco a essere ottimista nei momenti down. E uso come mantra un'affermazione di Carlotta: "E' arrivato il momento di guardare le stelle, non i cessi". Grazie girls per il supporto.

29 novembre, 2014

La bellezza interiore di Paolo

Conoscere Paolo è stato un miracolo. Ancora non so come ho potuto imbattermi in lui. E' troppo bello e dalla faccia sembra un mascalzone. Ma è più bello dentro che fuori. Sto per scoprirlo. Vinco la paura iniziale, quella della vocina nella testa: "Scappa subito". Invece, rimango a parlare con lui. E' un uomo poco strutturato, s'intuisce. Lui stesso lo ammette. Classe 1974, un po' immaturo, ma ci sta.

Le prime frasi sono impacciate. Non sappiamo da dove iniziare. Cerco di farlo sorridere e mentre parla, inserisco qualche battuta, spingendolo a scherzare con me. Mi segue e continua a raccontarsi. Dall'inizio. Dalla data di nascita. Non tralascia nulla.

E' un piacere ascoltare. Paolo ha voglia di condividere, di farmi partecipe della sua vita, del suo passato. Ha lo humor giusto. Un po' ci prendiamo in giro e ci piace. Dopo ore di chiacchiere confessa:

- Non so perché ho voglia di dirti tutte queste cose. Non mi capita mai - commenta lui.
- Non ti sei accorto? Si è creata una piccola complicità.
- Hai ragione.

Andiamo avanti per ore.

- Con le parole non sempre riesco a esprimermi come vorrei - aggiunge Paolo - sento che vorrei comunicare qualcosa di più e non ci riesco.
- A volte basta guardarsi negli occhi, non sempre servono le parole - gli rispondo.

Con questa affermazione l'ho stupito. Paolo è molto simile a me. Non si vergogna delle sue fragilità: "Ho pianto guardando quel video e per non farmi vedere mi sono chiuso nel bagno dell'ufficio".

E' vero, sincero. Quando gli spiego di aver incontrato persone aride, lui annuisce e aggiunge: "Anch'io".
Paolo sente, non calcola.
Vive, non medita.
Si emoziona, non riflette.
Si mette in gioco, non si nasconde.
Prima dei saluti, ci tiene a invitarmi alla mostra di un pittore americano e mi fa vedere la foto di un dipinto. Impressionista. Fantastico.

- Va bene, ti accompagno. Io vorrei vedere McCurry  - preciso
- Anch'io. Sei andata alla mostra di Salgado? - continua lui
- Sì, emozionante.
- E' piaciuto tantissimo pure a me.

Adesso, Paolo è a Parigi con gli amici. Mi ha chiesto di andare con lui, ma ho rifiutato: "La prossima volta". La sera, dopo cena, mi scrive per raccontarmi la giornata. Tutto quello che ha visto e fatto. Chattiamo fino a notte fonda. Non so se diventerà un amico o qualcosa di più. Per il momento, dice di essere felice a Parigi. E sono tanto contenta per lui.

Non vuoi la mia amicizia? Pace

I veri sentimenti sono merce rara. Non è facile amare o voler bene a qualcuno. Ma quando ti capita di provare qualcosa, non vuoi rinunciarci. Non puoi avere tutto? Non importa. Le persone care non si perdono. E' questo che ho pensato quando è finita la storia d'amore, con la persona a cui ho perdonato l'imperdonabile.

Non si può stare insieme? Ok. Siamo incompatibili? Ok. Ma perché non essere amici? Da parte mia rimane l'affetto. Gli ho sempre detto: "Se hai bisogno, ci sono, perché comunque ti voglio bene". Mi sono preoccupata per lui. Non ho pensato a tornarci insieme, soprattutto dopo il disastroso weekend alle terme (un incubo). Non ho cercato di ricucire la relazione. Semplicemente, non ho voluto rinunciare alla presenza di una persona cara nella mia vita.

Alla fine, però, ci ho dovuto rinunciare. Lui mi ha trattata male. Nessun rispetto, nonostante abbia detto di volermi bene (falso). Sono rimasta in buoni rapporti con gli altri ex. Addirittura, Paolo, quello piantato all'altare, mi ha fatto il trasloco dopo la nostra separazione. Con Marco - anche lui mi ha mancato di rispetto - ho ripreso il dialogo. I tre fidanzati storici, Paolo compreso, si sono fatti un viaggio per venire al funerale di mio padre. Perché con questo l'amicizia risulta impossibile?

Lui non ha voglia di essere mio amico e non mendico la sua presenza. Mi ha fatto arrabbiare quando mi ha scritto "Non bisogna rimane ancorati a una storia finita". Ancorati? Veramente c'è un'altra persona nella mia vita. Non sono ancorata a nulla. Inoltre, è stato lui a tornare da me, due volte.

Ho sempre offerto soltanto amicizia e disponibilità. Ho cercato di capire e di aiutare, nel mio piccolo. Mi è mancata la comunicazione con lui, questo è vero, non la relazione. Relazione... vabbeh, lasciamo perdere il discorso: rischio di finire in un ginepraio.

Lui è complicato. Non è facile stargli accanto. Eppure, non l'ho mai allontanato. Pensa che lo giudico, quando invece dovrebbe concentrarsi sulla sua vita solitaria e senza affetti. "Io non ti giudico" ha precisato lui. "Ma anche se mi giudichi, che differenza fa? Nessuna. Non cambia nulla". Il punto è un altro. In ogni caso, a lui non interessa la mia amicizia? Pace. Avrà altre amiche che gli vogliono bene. Anche se ci credo poco.

28 novembre, 2014

Ho fatto la posta a Keanu Reeves

Non puoi andare a Los Angeles e perderti l'occasione di incontrare Keanu Reeves, l'uomo più bello del mondo. E così, quando sono stata a LA, ho deciso che non potevo partire senza averlo visto di persona. Ho pensato: basta passare sotto casa sua (vedi foto), sulla collina di Hollywood, e con un po' di fortuna c'inciampo. Magari. Ho visto Keanu di sfuggita, per caso. Ero a piedi su Doheny Drive, a Beverly Hills, e lui sfrecciava sulla sua romboante Norton. Facile da riconoscere. Non lui, la moto.

L'ultimo giorno a Los Angeles, non essendo riuscita a beccare Keanu da nessuna parte (speravo nel party di Tarantino), ho deciso di fare una cosa folle: l'ho aspettato sotto casa. La sua villa (ora in vendita) è proprio lungo il viale. E il portone (con citofono a combinazione, per cui se non sai il codice, non suoni) dà sulla strada. Ho parcheggiato l'auto vicino al portone. Proprio lì, dov'è piazzato un cartello "No parking".

Gli agenti di sorveglianza sono passati diverse volte a controllarmi, ma non si sono mai avvicinati. Sono scesa dall'auto per farmi osservare bene dalle guardie. Magrina, carina, vestita by Italian Style. Hanno capito che sono innocua e mi hanno lasciata stare in quel punto di "No parking".

Ho atteso 4 ore. Ne ho approfittato per aggiornare il diario di viaggio. E poi, finalmente, Keanu si è palesato. E' tornato a casa sulla sua moto. E' arrivato alle mie spalle, da dietro l'auto, e sapendo che in quel punto non si può parcheggiare, si è affiancato al veicolo per vedere dentro. Che cosa è successo? Ci siamo guardati negli occhi a distanza ravvicinata. Non so, 30 centimetri? Separati soltanto dal vetro. Uno shock. Lui è sembrato basito.

Non si è fermato. E' andato oltre, fino al garage, e ha temporeggiato con il telecomando. Sono scesa dall'auto e ho pensato: Se si volta verso di me, mi avvicino. Non si è voltato e allora sono andata via.

Il giorno dopo, prima del volo, sono passata alla libreria di Sunset Strip a prendere un romanzo per Keanu. Ho comprato Invisible di Paul Auster. Il libro è bellissimo - l'ho letto - e il titolo è tutto un programma. Mi rappresenta. Sono invisibile. Sul libro, nella pagina della dedica, ho scritto qualcosa del genere che mi dispiaceva di avergli fatto la posta sotto casa, che volevo soltanto incontrarlo almeno una volta nella vita, che stavo per ritornare in Italia e gli auguravo tutte le cose belle del mondo. Ho inserito il mio biglietto da visita e ho infilato il libro sotto il cancello. Chissà se lo ha letto.

25 novembre, 2014

Quando Bret Easton Ellis mi ha scioccata

Bret Easton Ellis
Parlo con Daniele dell'ultimo libro di Andrea De Carlo, Cuore primitivo, ricordando i primi titoli dello scrittore. "Sai che Treno di panna, da ragazzino, mi ha fatto venire voglia di scrivere?" mi racconta Daniele. "Anche a me è piaciuto tanto - rispondo -. L'ho letto ai tempi del liceo".

Tornando indietro con la memoria, ai primi romanzi che mi hanno formata, mi viene in mente Meno di zero di Bret Easton Ellis, preso in mano a 18 anni (appena pubblicato in Italia). La narrazione di Bret è stata una rivelazione. Non tanto per la durezza di personaggi e situazioni (droga, sesso e perversioni dei rampolli americani anni Ottanta), ma per lo stile. Quel libro mi fatto innamorare del minimalismo.

Nel 2005 Ellis è venuto in Italia a presentare Lunar Park. Non mi sono lasciata sfuggire l'occasione di andare a conoscerlo. L'incontro con l'autore è stato uno show. Risate fino alle lacrime. Sembrava una puntata di Zelig. "Sarà strafatto", ho pensato. Da non credere. Un uomo così divertente che scrive romanzi tanto cupi e crudi.

Ma il bello è venuto a fine presentazione. Mi sono avvicinata a Bret con la mia copia da autografare. In fila, in mezzo a tanta gente. Arrivato il mio turno, lui mi ha guardata e mi ha chiesto di fargli lo spelling del mio nome. Due volte. Ok. Ha scritto qualcosa sulla seconda pagina e ha firmato. A questo punto, in un attimo, ha tirato fuori dalla tasca dei pantaloni una minimacchina fotografica digitale e mi ha scattato una foto, con il flash.

Sono rimasta pietrificata. Perché ha voluto una mia immagine? Panico. Ho preso la mia copia e sono scappata. Sul libro ha scritto:
To (il mio nome corretto)
Best one
Bret 
Da allora, non ho più letto nulla di Ellis. Ho il terrore che mi abbia inserita in qualche romanzo, o racconto, e non voglio scoprire che personalità mi ha affibbiato.

24 novembre, 2014

Van Gogh vale sempre la pena

Pareri discordanti. La mostra di Van Gogh a Milano (a Palazzo Reale) fa discutere. Sono più i delusi dall'esposizione che i contenti dopo la visita. Chi si aspettava il Van Gogh del Museo di Amsterdam, storce il muso. Pochi i grandi quadri, quelli di successo. Troppi i disegni. La motivazione: il tema della mostra si rifa a quello dell'Expo, la Terra, di conseguenza il percorso è costellato di opere con il carboncino che ritraggono contadini e lavori nei campi. Argomentazione un po' debole, ma tant'è.

Chi si aspettava un'esplosione di colori, stile botti di Capodanno, si è dovuto accontentare di qualche petardo, giusto per avere un po' di rumore. Eppure, nonostante la bassa offerta di capolavori, la mostra merita una sbirciata. Basta trovare un unico quadro in grado di regalare una forte emozione e il prezzo del biglietto è ripagato. Ad affermarlo è chi al Museo Van Gogh di Amsterdam ci ha passato diverse ore.

Se dovessi scegliere la mia tela preferita, tra quelle esposte a Palazzo Reale, non avrei dubbi. Il postino: il Ritratto di Joseph Roulin (nella foto). Di questo dipinto amo i fiori (adoro le margherite). Mi stupiscono. Un ritratto con uno sfondo azzurro pieno di fiori. Come se su questa persona i fiori venissero lanciati al suo passaggio. Non è un matrimonio, ma una consegna di lettere. 

Mi piacciono i fiori del dipinto perché comunicano allegria, ottimismo e speranza. Si tratta di un'interpretazione personale. L'audio-guida non dice nulla di simile. Ognuno di noi vede quello che vuole vedere. Lo considero quasi un presagio di buon augurio (lasciamo perdere i "Nidi di scricciolo").

Insomma, il mio bilancio della mostra è positivo. Non vi ho convinti? Allora aggiungo che tra le opere in esposizione sono presenti anche il famoso autoritratto e il Campo di grano con covoni. Forse possono bastare per decidere di dare un'occhiata. 


23 novembre, 2014

L'appuntamento al buio a sorpresa

Raffaella m'invita a un aperitivo con i suoi amici e mi dà appuntamento di fronte a una gelateria. "Vieni, saremo in tanti" dice. Non ho impegni per la serata e accetto. Dovevo andare al flash mob Dinner in the dark o Cena con me (nella foto), ma ho un po' di febbre e non me la sento di stare seduta all'aperto per molte ore.

Al punto di ritrovo c'è la sorpresa. L'aperitivo è una scusa. Raffaella vuole presentarmi due suoi amici single della mia età. Nel locale siamo io, lei (fidanzata, ma senza il compagno) e i due uomini. Cavoli, un appuntamento al buio a sorpresa. Appena mi vedono i due sgranano gli occhi. Mi fissano come se mi volessero saltare addosso. Si aspettavano d'incontrare una donna carina, ma è evidente che ho superato le loro aspettative. Peccato che nessuno dei due sia carino. A confronto i miei ex sembrano modelli di Prada.

Ci sediamo al bar. La conversazione non è male. Uno di loro mi offre il primo drink, l'altro mi offre il secondo. Oddio, si sono messi in competizione. Ringrazio e continuo a chiacchierare. Parlo anche di argomenti scomodi: voglio vedere come reagiscono. Loro mi sorridono e non commentano. Bene.

Nel mezzo di un discorso mi alzo per andare fuori a fumare. Raffa mi accompagna per farmi l'interrogatorio lontano dalle orecchie maschili.

- Allora, ti piace uno dei due? - mi chiede.
- Ma stai scherzando? Secondo te sono attraenti?
- Sono scapoli d'oro. Non ti rendi conto. Uno possiede mezza Milano e tu sei il suo tipo.
- Può possedere anche tutta Milano. Non mi piace.

Inizio a sentirmi fuori posto. L'aperitivo finisce prima delle 22 e ho il tempo di raggiungere Chiara al flash mob cena con me. "Perché non sono andata lì? Fanculo alla febbre". I due mi accompagnano fino all'evento, in Galleria Vittorio Emanuele, dove si svolge la serata. Trovo Chiara e mi fermo con lei, mentre i pretendenti, delusi, vanno via. Con l'amica e le mille persone che conosco lì mi diverto come una pazza. Sono un'imbucata. Non ho neanche l'abbigliamento giusto (c'è un dresscode) ma i partecipanti del flash mob non ci fanno caso e mi accolgono volentieri, offrendomi cibo e vino.

Quando saluto la comitiva di cenaconme sono euforica. Ringrazio per l'ospitalità e prendo il tram contenta. Ho capito che sto svoltando pagina. Finora mi sono preoccupata più per Luca che per me stessa. Adesso, si cambia registro. Io vengo prima di tutti.

21 novembre, 2014

Alessandro, il mio angelo custode

Carlotta non se ne fa una ragione. Il forte legame di affetto che c'è tra me e Alessandro per lei rimane un mistero. Una grande amicizia tra un uomo e una donna, che si rinnova quotidianamente, senza attrazione fisica, può esistere? La risposta è sì. "Io sarei gelosa di un rapporto del genere" commenta l'amica. L'affermazione di Carlotta non mi stupisce. Ale è un uomo bellissimo e corteggiatissimo. Uno di quei maschi per i quali le donne perdono la testa. Il fascino è soltanto una delle sue doti. Ha carattere, è intelligente, si trova a suo agio in ogni ambiente, possiede una parlantina frizzante e due labbra carnose da paura.

Eppure, tra me e Alessandro non c'è desiderio sessuale. Mai un bacio, se non sulla guancia. Puro "volersi bene". Il rapporto è simile a quello tra fratello e sorella. Anzi, lo paragono a quello tra gemelli. Chattiamo dalla mattina alla sera, ci sentiamo al telefono tutti i giorni (in genere al mattino) e quando è possibile ci vediamo al bar per bere un caffè insieme e chiacchierare.

L'affetto si è creato in poco tempo, giorno per giorno, alimentato dalle confidenze. So tutto di lui e lui sa tutto di me. Conosco i dettagli della sua vita (lui i miei). Mi piace chiedergli del lavoro, degli appuntamenti con i clienti, dei suoi progetti imprenditoriali e dei desideri per il futuro. Tra noi non esistono segreti.

La complicità è la vera colla che ci lega. Senza complicità, non potremmo prenderci in giro e ironizzare sui nostri problemi. Forse è proprio il saper ridere di noi stessi il motivo del contatto continuo.  Le battute tra i discorsi seri rappresentano il sale della conversazione. Se passa un pomeriggio senza un messaggio, o uno squillo, ci sembra strano. "Sai che oggi mi sei mancata?" mi dice. "Anche tu".

Non ho gli strumenti per descrivere questo legame. Non provo neanche a inquadrarlo in una definizione. Mi ritengo fortunata a viverlo. Perché se mi viene il magone, so quale numero comporre. Perché quando ho bisogno dei messaggi di "Buongiorno" e "Buonanotte", Ale arriva in soccorso. Perché mi consiglia e mi sta vicino come un angelo custode. Ecco, Ale è il mio angelo custode in carne e ossa. E' arrivato al momento giusto e spero che rimanga sempre accanto a me.

19 novembre, 2014

Il bello e il brutto del party vip


Locale di lusso. Lista chiusa
. Non entri se non spuntano il tuo nome sul tablet. Dresscode: elegantissimo. Sono un po' a disagio all'ingresso. Donne in abito lungo e sandali. Iperingioiellate. Uomini con occhiali da sole (sono le 22) e cappotto con stola di pelliccia (?). Tolgo il cappottino leggero e vengo squadrata. Una radiografia veloce. Il mio vestitino sparkly è perfetto. Sono carina. All'altezza della location. Di conseguenza scatta la richiesta: "Se mi lasci la tua mail, ti invito ad altri eventi" mi dice la ragazza-immagine. Rispondo: "Ma certo".

Il locale è pieno di gente. Molti vip (che non riconosco, a parte uno) e tante starlette. Mi rincuora sapere che sono lì con Chiara che conosce tante persone. E così, supero la ritrosia iniziale, quella che mi fa pensare "perché non sono rimasta a casa a leggere un libro?".

Chiara mi presenta i suoi amici. Simpatici. Si chiacchiera del più e del meno. Qualche battuta per sciogliere il ghiaccio e la serata prende una piega divertente. Si balla con il drink in mano, in mezzo alla ressa perché il locale è pienissimo. Si scherza. C'è persino chi ride alle mie spiritosaggini. Finalmente un po' di leggerezza. Sto bene. Mi sento a mio agio, anche se quello non è il mio ambiente.

Cerco di non pensare ai miei casini. Ho bisogno di svago, di fare nuove amicizie, di lasciarmi il passato alle spalle. Ho l'angoscia nell'anima, ma sto cercando di reagire. Mi piace essere corteggiata, a distanza. Non permetto a nessuno di avvicinarsi.

Il tempo scorre sereno. Sorrido, ballo e tutto mi sembra più bello. Prendo pure contatti utili per il lavoro. Questi eventi sono la manna per il networking. Mi arrabbio quando mi accorgo di aver finito i biglietti da visita (proprio adesso che mi servono).

Mi sforzo di non pensare. Me lo impongo. "Non pensare, non pensare, non pensare... a Luca". Uff! "Luca...". Cavoli, non mi abbandona mai. La mia ossessione preferita. Mandarlo a fanculo non mi è bastato per cancellarlo dal cuore. Magari fosse così facile.

Francesco è l'unico che riesce a distrarmi un po'. Scopro che Francesco è il soggetto giusto da intervistare per un progetto che sto preparando. Lo bombardo di domande. Che sagoma! Gli dico: "Ti citerò nel mio progetto, ovviamente senza cognome".

E' tardi. E' ora di tornare a casa. Salto sul taxi e sorrido. Ho bevuto due bicchieri di vino bianco (per la modica cifra di 15 euro a calice). Riordino le idee. Sono concentrata sui flash della serata. Credo di essere tranquilla. Ma le lacrime sono in agguato. Arrivo a casa. Mi strucco. Mi metto sotto il piumino ed eccole lì, le bastarde. "Piangi, sfogati" mi ripeto. Mi addormento con gli occhi bagnati. Male, molto male.

18 novembre, 2014

Voglio essere un cuore intelligente

La verità si nasconde nei dettagli. Soltanto se impari a unire i puntini arrivi a raggiungere una forma di conoscenza e di consapevolezza che punta alla verità. E sottolineo "che punta", non ho detto che la conquista. Spesso il senso di tutto si trova nelle piccole cose, in quei tasselli che non tutti riescono a cogliere, senza dei quali il puzzle risulta incompleto.

Quando ho iniziato a unire i puntini? Non ricordo. Ma da un discorso dello scrittore Alessandro D'Avenia mi si è accesa una lampadina. Se sono in grado di fare questo esercizio, il merito è della letteratura. Di tutti i romanzi che ho letto, da quando ero ragazzina fino ad oggi.

I libri mi hanno aperto gli occhi su realtà molto diverse dalla mia, mi hanno mostrato mondi sconosciuti, culture lontane, modi di pensare misteriosi, miserie, dolori, gioie e pulsioni inimmaginabili con il semplice gioco di fantasia o con il sogno.

La narrativa è stata la mia maestra di vita (lo è tuttora). "La letteratura cambia la vita e serve a salvarci" dice D'Avenia che prende come esempio la figura del principe Myskin (da "L'idiota" di Dostoevskij). Per tutti Myskin è un idiota: nessuno riesce a vedere la sua profondità, il suo desiderio di andare oltre la normale accettazione del senso comune. La gente non lo capisce e di conseguenza ne ha paura.

"La letteratura serve a elevarci verso il sacro" sottolinea D'Avenia. Va oltre la psicologia, oltre la ragione e il sentimento. Ci aiuta a comprendere la realtà che si trova nei particolari, a raggiungere la "perspicacia affettiva". Soltanto un cuore intelligente si eleva a questo livello. Quel cuore intelligente che re Salomone chiedeva in dono al Divino, considerandolo il bene più prezioso del mondo. Una sorta di chiave per decifrare gli enigmi della vita.

Come scrive Alain Finkielkraut in "Un cuore intelligente": "La letteratura è una forma di meditazione che non offre garanzie, ma senza la quale ci sarebbe preclusa la grazia di un cuore intelligente".

Grazie mamma per avermi messo un libro in mano da piccola e avermi trasmesso l'amore per la narrativa.

13 novembre, 2014

Sonetto dell'amore totale

 di Vinicius de Moraes (Rio, 1951)

Ti amo tanto, amore mio... non canti
il cuore umano con maggiore verità...
Ti amo come amico e come amante
in una sempre diversa realtà.

Ti amo per affinità, di un quieto amore prestante
e ti amo al di là, presente nella nostalgia.
Ti amo, infine, con grande libertà
per l'eternità e a ogni istante. 

Ti amo come un animale, semplicemente
di un amore senza mistero e senza virtù
con un desiderio massiccio e permanente. 

E amandoti così, molto e sempre
un giorno nel tuo corpo all'improvviso
morirò per aver amato più di quanto ho potuto. 

Questo è quello che cerco. Un amore senza tempo (al di là, presente nella nostalgia), in cui passato, presente e futuro sono la stessa cosa. Un amore in cui tutto è il contrario di tutto (libertà, eternità e ogni istante). Un amore in cui gli aggettivi "quieto" e "prestante" non rappresentano un ossimoro. Non mi accontento di meno.

Sempre di Vinicius del Moraes è molto bello il Sonetto della felicità.

11 novembre, 2014

L'ombra nera nell'anima

 Forse sono una persona troppo semplice per cogliere le sfumature della psicologia più profonda e tecnica. Ma quando ho sentito parlare di "ombra nera" dentro le persone ho voluto capirne di più. Di cosa si tratta? Perché non l'avverto? Una donna "trasparente" (che non vuol dire stupida) come me non ha lati oscuri. O almeno credo. E così, mi faccio spiegare da un esperto. La domanda è semplice: che cos'è l'ombra nera nelle persone?

Lo studioso ricorre a Freud e inizia con la definizione esatta: "Si tratta del cosiddetto oblio della coscienza - afferma lo psicologo -: un processo psicologico inconscio che porta una persona a crearsi due o più coscienze. Si verifica quando una persona sviluppa un comportamento morboso verso determinate situazioni e tende a ricrearle per provare le stesse emozioni. Da non confondere con la doppia personalità che è una cosa diversa".

E fin qui ci siamo. Poi, che cosa succede? "Per un lungo periodo le due coscienze non si vedono e non si conoscono - precisa l'esperto - ma in un certo momento si scontrano e la persona va in crisi. La coscienza pulita scopre quella nascosta e scatta la crisi. A questo punto, due sono le strade: o si cerca di risolvere il problema, facendo i conti con ciò che c'è da mettere a posto o si ritorna nell'oblio. L'ombra può sparire con il giusto aiuto, basta volerlo".

Adesso capisco veramente quando lui mi diceva "porto la maschera". Il comportamento da finto innamorato, l'entusiasmo iniziale alle stelle, il nomignolo amoroso dato troppo presto, le coccole dopo avermi lasciata, la faccia felice e simpatica al lavoro... "Sono atteggiamenti strutturati per mandare la coscienza nascosta sempre più nell'oblio" commenta l'esperto.

Mia madre me lo aveva detto: "Lascialo perdere, ti porterà giù con lui. Vuoi precipitare nel burrone?". Beh, non sono precipitata: non è successo perché lui è scappato. Eppure, ero disposta a cadere giù con lui. Avrei fatto di tutto per tirarlo su, verso la luce.

09 novembre, 2014

L'analfabeta sentimentale non ha speranze


Una luce in fondo al tunnel. E' questo che ho pensato quando l'analfabeta sentimentale ha iniziato a fare i conti con la sua vita apparentemente prestigiosa, ma povera e arida. Riempita esclusivamente dal suo bel lavoro da boss e dal piacere solitario dopo cena. Aveva cominciato a pensare di cambiare. Ha cercato di compiere il primo passo. Due lacrime e poi è ritornato indietro. E' ritornato ad essere quello di prima: un robot. Senza speranza.

Ero così felice per lui, quando ho visto uno spiraglio di calore nel suo cuore. Ho pensato: "Adesso inizia a provare, invece di riflettere". Ho sbagliato. Dopo 24 ore, la magia era sfumata e il robot aveva perso calore. L'afflato era volato via come un soffio di vento.

Non è colpa sua. Non ci arriva. Non ha idea da dove si parte per provare sentimenti. Non ha gli strumenti per decodificare ciò che non è razionale. Mi fa quasi pena.

E così, io, che al contrario di lui ho una marea di sentimenti dentro il cuore, sono diventata la pazza. "Non è sano quello che provi per me, il tuo amore è esagerato, non può essere reale e non è giusto" mi ha detto. In un attimo, sono diventata l'errore della natura. Quella che ama e soffre senza motivo. In maniera sproporzionata e aliena.

Mi spiace deluderti, caro analfabeta sentimentale. Io sono quella normale e tu il malato (uno psicologo no? Ti do il numero di mia sorella psicologa, non la paghi neanche). Non sono disposta a rinunciare ad essere me stessa. Vera, sincera e sensibile solo perché non ho paura di dire che amo e mi sono innamorata in un nanosecondo. E se devo soffrire per essere me stessa e non portare la maschera come invece fai tu, sono disposta a pagarne il prezzo. Non ho paura di piangere e disperarmi. Il dolore non mi spaventa. Fa parte della vita. Lo accetto.

Nel mio cuore non ci sei soltanto tu, caro analfabeta, anche se ti amo come nessun altro, ma un'infinità di persone che mi amano ricambiate, come tu non sei in grado di fare o di accogliere. Ma tutto questo tu non capirai mai. E scusami se le mie frasi sono un po' zoppicanti: le lacrime mi offuscano la vista mentre scrivo. Buona solitudine.


08 novembre, 2014

La mia irrazionalità sentimentale

 "Non sai essere razionale nelle relazioni con gli altri - mi dice mia madre -: tu senti, provi, usi il cuore e non la testa. In questo sei rimasta bambina". La mamma ha ragione. Nella vita professionale sono un bulldozer: non mi tiro mai indietro, ho il coraggio di osare dove gli altri non osano e mi sono guadagnata la stima dei colleghi e del capo. Negli affari privati spengo i neuroni e "sento". Le emozioni mi arrivano amplificate e mi travolgono, quelle belle e quelle brutte. Non solo le mie emozioni, anche quelle degli altri. Le vivo sulla pelle. Niente mi scivola addosso. Se un amico sta male, mi preoccupo, avvertendo un pugno allo stomaco. Se qualcuno della mia famiglia ha un problema, diventa un mio problema. Sono l'esatto opposto dell'analfabeta sentimentale. Eh, sì, mamma ha ragione: non sono cresciuta. Forse per questo motivo ho sempre scelto uomini che mi amavano più di quanto li amavo io. Fino a quando ho rotto lo schema.

"Sentire come fai tu non è un difetto ma una virtù - precisa Ale -. Tu sei speciale perché senti, provi ed elabori. Ti accorgi dei dettagli che gli altri non vedono. Unire i puntini... me lo hai insegnato tu. Non sei irrazionale, ma senti tutto e così ti accorgi di tutto. Non ti sfugge nulla. Io ci sarò sempre per te. Senza di te non ce l'avrei mai fatta". Ale è la mia spalla. L'ho aiutato in un momento in cui ero io ad aver bisogno di aiuto e da allora siamo diventati amici inseparabili.  Dargli una mano mi ha fatto stare bene. Invece di piangere per il mio dolore, mi sono concentrata su di lui e gli ho dato il supporto, il conforto e l'affetto di cui aveva bisogno.

Mi piace aiutare gli altri. Con le amiche sono la prima a correre in soccorso. Ho portato Giulia a casa in spalla quando stava a pezzi, mentre le altre ragazze sono rimaste a una festa. Ho cercato di tenere su Anna quando non riusciva a uscire dalla depressione. E Michy, ogni volta che ha una crisi, sa che le basta chiamarmi o venirmi a trovare, senza preavviso e a qualunque ora del giorno e della notte. Io ci sono sempre. "Quello che trasmetti è unico" mi sento dire spesso.

Il problema è che mentre sono brava con gli altri, per la mia spiccata empatia, non so aiutare me stessa nei momenti difficili. Capisco le situazioni prima che si verifichino. Per esempio, sapevo che lui mi avrebbe lasciata, ore prima di sentire le sue parole di addio. Eppure, non sono stata in grado di reagire.

Emozioni e sentimenti sono le basi del mio Dna. La ragione fatica a entrare nella sfera del cuore. Sono incapace di calcoli e strategie. Non ci posso fare nulla. Cambiare significa rinunciare alla mia vera identità, diventare un'altra. Non lo posso fare perché poi non mi riconoscerei più davanti allo specchio. "Ci siamo noi - mi confortano le girls - insieme siamo forti". Grazie ragazze per la vostra presenza. Per quanto io possa soffrire, non sarò mai sola.

07 novembre, 2014

Vi presento l'analfabeta sentimentale


Non avevo mai sentito parlare di un "analfabeta sentimentale", fino a quando non me lo sono ritrovato davanti
. Credevo che non esistesse. Invece, è lì, dietro l'angolo. Individuarlo non è facile, perché parla di amore, felicità e sofferenza come se conoscesse bene gli argomenti, mentre non sa di cosa si tratta. Pensa che tutto il mondo della sfera interiore sia riducibile a una formuletta matematica, inventata dalla nostra creatività per farci stare bene o male.

L'analfabeta sentimentale non usa il cuore, ma il cervello. Anche se la parola cuore è tra quelle che pronuncia ogni giorno (magari per impressionare il capo). Analizza i sentimenti e non sa trovarne un motivo. Un motivo! Le emozioni gli sono estranee e si meraviglia, rimane scioccato, quando qualcuno soffre per cose che lui considera inesistenti, inspiegabili o impossibili. Spiegare i sentimenti con la ragione è come spiegare Dio con la mente. O hai fede o non hai fede.

L'analfabeta sentimentale non si preoccupa degli altri. Non conosce il senso di colpa o il senso del rispetto. Si bea delle sue certezze. Tanto, quando fa del male, gli basta dire "mi dispiace" e ha risolto.

L'analfabeta sentimentale ti prende per il culo alla grande. Prima ti fa credere di essere speciale e poi ti butta via come spazzatura. La spiegazione? Una parola che non gli è piaciuta, un comportamento che non condivide, una decisione diversa.
  
L'analfabeta sentimentale non è in grado di piangere. Quando il pianto è la debolezza che ci rende più umani e ci fa sentire vivi. In pratica, è un robot e non se ne rende conto. Vi ricordate il film "L'uomo bicentenario"? L'androide dice all'umana: "E' crudele che tu possa piangere e io no". 

L'analfabeta sentimentale cerca l'amore, immaginando che sia un punto nell'universo a cui tendere, e non un trasporto che coinvolge le emozioni. Emozioni? Ah, già, non ha idea di che cosa siano. L'amore si prova, si fa, non si accende premendo un bottone. 

L'analfabeta sentimentale è convinto che la verità si trovi in quello che dicono gli altri. Un pensiero profondo è una verità. A questo punto serve un applauso. 

L'analfabeta sentimentale mi fa ascoltare un discorso su un concetto: gli uomini non sono liberi, ma vivono come in Matrix, schiavi delle convenzioni e del sistema, incapaci di ribellarsi e di elevarsi, come invece fa Neo "l'anomalia". Sinceramente, un essere umano non può essere un'anomalia, perché non sarebbe umano, per definizione. Un essere umano è affascinante proprio per le sue fragilità e la sua capacità di emozionarsi anche con le piccole cose. Ma l'analfabeta sentimentale non si emoziona con niente.

L'analfabeta sentimentale vuole una famiglia, senza capire che per formare una famiglia ci vogliono sacrificio e compromesso. Non ama nessuno, neanche se stesso. Allora, come pensa di amare qualcuno? Nel suo cuore non c'è spazio neanche per uno spillo, quando nel cuore di ogni persona normale c'è sempre posto per tanti affetti: famiglia, parenti, amici. E toh, ci metto pure gli animali.


Non avevo capito chi era quando l'ho incontrato. Non l'ho etichettato come analfabeta sentimentale e ho pure sofferto per lui. Quando si è allontanato, mi ha fatto un favore. Quasi quasi lo ringrazio.  

03 novembre, 2014

Steve McCurry e l'ultima pellicola Kodak

La tecnologia avanza e le macchine fotografiche digitali rimpiazzano quelle con pellicola, azzerando la richiesta di rullini. Mi viene in mente una scena del film "I ponti di Madison County". Il protagonista del libro/film, Robert Kincaid, fotografo del National Geographic, mette i rullini in frigorifero per evitare che si rovinino con il caldo. Questo non succede con le schede di memoria digitali.

E così, con il digitale che domina il mercato, nel 2010 la Kodak decide di non produrre più la pellicola Kodachrome, ispiratrice di una canzone di Paul Simon ("Mamma, non portarmi via il mio Kodachrome").

L'azienda giapponese comunica la notizia a Steve McCurry: niente più rullini. E Steve, che ha fatto la sua fortuna di fotografo con quell'oggetto da inserire nella macchina, fa una richiesta all'industria: "Va bene, ma voglio avere l'ultimo rullino prodotto per scattare qualcosa di memorabile".

Steve è stato accontentato: l'ultimo rullino gli è stato consegnato con una specie di minicerimonia e lui lo ha utilizzato per lo più nella sua città, New York. Come? "Ho voluto fare un omaggio alla Kodachrome cogliendo immagini significative del nostro tempo, ma anche cariche di colore" spiega McCurry. Diversi i soggetti: dall'attore Robert De Niro (suo amico e vicino di casa) ai pendolari della Central Station.

29 ottobre, 2014

Steve McCurry e la ragazza dagli occhi verdi

La vita di Steve McCurry, famoso fotoreporter del National Geographic, è pura avventura. Anni e anni passati in giro per il mondo a immortalare gli eventi che hanno fatto la storia del nostro tempo. Non si conta il numero delle sue immagini messe in copertina dal National Geographic
Durante un incontro organizzato dalla Fondazione Corriere della Sera, in occasione della sua mostra alla Villa Reale di Monza (dal 20 ottobre al 6 aprile), Steve racconta un pezzo della sua vita attraverso ogni immagine.

Bellissima la storia della ragazza con gli occhi verdi, la cui espressione su pellicola è diventata una celebre copertina del National (nella foto).

Corre l'anno 1985. Siamo in un campo profughi di afgani in Pakistan. Steve scatta la foto alla fanciulla in un attimo, consapevole di poter avere problemi, perché nei Paesi musulmani si possono fotografare soltanto uomini e bambini. Mai le donne. Soprattutto a volto scoperto. La ragazza non si accorge della macchina fotografica e clic. In un attimo quel volto diventa fermo nel tempo. per sempre.

"Dal 1985 a oggi, la gente continua a mandare lettere e mail alla redazione del National Geographic per sapere di quella foto" spiega McCurry.

La ragazza, Sharbat Gula, non ha idea della popolarità del suo volto. Mentre per il fotografo, quello scatto diventa un grande successo. E così 17 anni dopo, Steve decide di cercare Sharbat e la ritrova in Afghanistan. La incontra e le racconta la storia di quella immagine, famosa in tutto il mondo. Ormai lei è una donna e ha tre figlie. E, nonostante il "divieto", si lascia fotografare ancora senza velo.

"Che cosa posso fare per te?" chiede Steve a Sharbat.
"Dai un'istruzione alle mie ragazze" risponde lei.
 


Detto, fatto. Steve le ha comprato una casa, provvede all'educazione delle ragazze e ogni mese manda un assegno, assicurandosi che la famiglia stia bene. Un comportamento di grande generosità.

Non meno affascinante è  la storia dell'ultima pellicola Kodak prodotta nel 2010, ma questo è un altro post

27 ottobre, 2014

Un tempo felice

E poi, quando sei a terra, abbattuta e distrutta, arriva una canzone che ti rimette in piedi e ti ricorda la tua forza.

Le Parole Perdute - Fiorella Mannoia (Testo): http://youtu.be/dG4fbFrxUEk

26 ottobre, 2014

Ecco che cosa significa "sudare sul cuore"

 Un mese fa, una persona, parlando del modo di amare senza mostrarsi come si è realmente, ha usato un'espressione: "Si suda sul cuore" per indicare le difficoltà di un approccio non sincero al 100%. Ha detto: "Quando porti una maschera, sudi sul cuore". Non ho capito subito il significato di quelle parole. Eppure ci ho pensato parecchio. Soltanto quando ho provato una sensazione che immagino simile - anche se per motivi diversi - ho realizzato il senso.

Non sono sicura di poter spiegare il concetto di "sudare sul cuore" nel modo corretto. Posso scrivere che cosa ho provato nell'istante in cui è stato il mio cuore a sudare.

Sudare sul cuore vuol dire mentire a se stessi, perché la verità fa troppo male. E' il dolore che comanda e, per evitare che ci domini, ci ordina di scegliere la strada più facile da percorrere. Quella che ci graffierà appena, ma non ci farà sanguinare. Quella senza ostacoli, buche da saltare o montagne da scalare. Quella senza amore, perché non accettiamo che l'amore possa essere sofferenza e sacrificio.

Ma una definizione di questo genere  non è completa. Bisogna analizzare i motivi. E qui, si va sul complicato. Si arriva a sudare sul cuore quando si cerca di vivere secondo gli stereotipi delle persone razionali. Guai a mostrarsi non omologati agli altri, fuori da ogni standard, perché le stranezze o i comportamenti alienati fanno paura. E se sei incasinato forte, gli altri scappano. Gli altri, non tutti.

Di fronte a un "incasinato" non sono scappata. I sentimenti hanno vinto sulla ragione, ma questo non è bastato. Alla fine, distrutta, fatta a pezzi, ho mollato il colpo e mi sono arresa. Sconfitta. Mi sono arresa per limitare i danni. E che cosa ho ottenuto? Sul cuore ho sudato doppio.

Stasera ho sudato sul cuore. Quando ho dovuto sorridere a Gianluca che mi stava dando tutte le sue attenzioni, mentre avevo voglia soltanto di piangere per il mio amore ormai lontano. Quando mi sono concentrata sulle parole di Gianluca, mentre la mente vagava sul mio amore. Quando ogni sorso di vino insieme a Gianluca sapeva di cicuta. Quando ho lasciato il telefono sepolto in fondo alla borsa, invece di tenerlo in mano per whatsappare al mio amore per chiedergli "Come stai?". Quando ho guardato Gianluca e ho visto gli occhi del mio amore. Quando ho salutato Gianluca, invece di dirgli addio. Ecco, che cosa significa sudare sul cuore. Almeno per me.

23 ottobre, 2014

Fare il cavaliere non basta

La storia è questa. La mia amica Lisa incontra un uomo single a un evento. Durante la conversazione, Lisa non riesce a capire se lui è attraente o meno. E' il suo tipo? Hanno qualcosa in comune? E così scatta l'appuntamento. Si rivedono. La serata con lui non inizia bene. Lisa è annoiata, ma pensa: "Se mi apre lo sportello dell'auto, gli do una seconda chance". Che cosa succede? Lui le apre lo sportello. 

Lisa è compiaciuta del gesto e rimane colpita da tanti altri comportamenti da vero gentleman che lui sfodera in sua presenza durante la serata. Ma quando chiedo a Lisa che cosa intenda fare con il "cavaliere", ottengo una risposta secca: "Niente, troppo noioso".  

22 ottobre, 2014

Come capisci che si tratta di amore

A volte l'amore può essere confuso con la passione, la cotta o la semplice attrazione. Allora, come capisci che stai provando un sentimento vero, diverso dalla "sbandata"? Un segno è la sofferenza. E proprio dalla sofferenza che il protagonista di un romanzo (forse di Milan Kundera) capisce di amare. Il protagonista del libro non è abituato ad avere una donna intorno e quando questa donna si presenta a casa sua con la valigia, invadendo il suo spazio, non la sopporta. Vorrebbe mandarla via e non sa come fare. Le pensa tutte, ma nulla: non riesce a liberarsene. A un certo punto, la donna si ammala gravemente e lui pensa "non posso perderla". Ecco, l'immagine di lei morta, gli è insopportabile. Sta malissimo. E così capisce di amarla.

Non so se pensare al compagno/a morto/a è un buon metodo per capire se si ama o meno. E' un sistema come un altro. A volte basta molto meno. Per esempio, ti manca l'aria perché il partner è assente o sei preoccupato/a per qualcosa che riguarda soltanto lui/lei oppure hai paura che gli/le sia successo qualcosa di brutto e inizi a tremare. Tutte indicazioni di un sentimento. Un sistema assoluto non esiste. Come non esiste una verità assoluta. Ognuno di noi ha il suo sistema e le sue verità.

21 ottobre, 2014

Albert Einstein, la lettera alla figlia Lieserl

L'epistola di Einstein alla figlia è presa da un altro blog. Faccio soltanto un copia e incolla perché voglio tenerla tra i miei pensieri. Non me ne voglia chi l'ha pubblicata.
Non so se sia vera, ma è bellissima. Eccola:

Quando proposi la teoria della relatività, pochissimi mi capirono, e anche quello che rivelerò a te ora, perché tu lo trasmetta all'umanità, si scontrerà con l’incomprensione e i pregiudizi del mondo. Comunque ti chiedo che tu lo custodisca per tutto il tempo necessario, anni, decenni, fino a quando la società sarà progredita abbastanza per accettare quel che ti spiego qui di seguito.

Vi è una forza estremamente potente per la quale la Scienza finora non ha trovato una spiegazione formale. È una forza che comprende e gestisce tutte le altre, ed è anche dietro qualsiasi fenomeno che opera nell'universo e che non è stato ancora individuato da noi. Questa forza universale è l’Amore.

Quando gli scienziati erano alla ricerca di una teoria unificata dell’universo, dimenticarono la più invisibile e potente delle forze. L’amore è Luce, visto che illumina chi lo dà e chi lo riceve. L’amore è Gravità, perché fa in modo che alcune persone si sentano attratte da altre. L’amore è Potenza, perché moltiplica il meglio che è in noi, e permette che l’umanità non si estingua nel suo cieco egoismo. 
L’amore svela e rivela. Per amore si vive e si muore. Questa forza spiega il tutto e dà un senso maiuscolo alla Vita. Questa è la variabile che abbiamo ignorato per troppo tempo, forse perché l’amore ci fa paura, visto che è l’unica energia dell’universo che l’uomo non ha imparato a manovrare a suo piacimento. 
Per dare visibilità all'amore, ho fatto una semplice sostituzione nella mia più celebre equazione. Se invece di E = mc2 accettiamo che l’energia per guarire il mondo può essere ottenuta attraverso l’amore moltiplicato per la velocità della luce al quadrato, giungeremo alla conclusione che l’amore è la forza più potente che esista, perché non ha limiti. 
Dopo il fallimento dell’umanità nell'uso e il controllo delle altre forze dell’universo, che si sono rivolte contro di noi, è arrivato il momento di nutrirci di un altro tipo di energia. Se vogliamo che la nostra specie sopravviva, se vogliamo trovare un significato alla vita, se vogliamo salvare il mondo e ogni essere senziente che lo abita, l’amore è l’unica e l’ultima risposta
Forse non siamo ancora pronti per fabbricare una bomba d’amore, un artefatto abbastanza potente da distruggere tutto l’odio, l’egoismo e l’avidità che affliggono il pianeta. Tuttavia, ogni individuo porta in sé un piccolo ma potente generatore d’amore la cui energia aspetta solo di essere rilasciata. Quando impareremo a dare e ricevere questa energia universale, Lieserl cara, vedremo come l’amore vince tutto, trascende tutto e può tutto, perché l’amore è la quintessenza della vita
Sono profondamente dispiaciuto di non averti potuto esprimere ciò che contiene il mio cuore, che per tutta la mia vita ha battuto silenziosamente per te. Forse è troppo tardi per chiedere scusa, ma siccome il tempo è relativo, ho bisogno di dirti che ti amo e che grazie a te sono arrivato all'ultima risposta.
Tuo padre Albert Einstein

20 ottobre, 2014

L'incontro con un mito: John McEnroe

All'età di 12 anni avevo un mito: John McEnroe. Iniziavo a partecipare ai primi tornei di tennis e scalavo la classifica Fit (ero bravina). Al tempo, nonostante pesassi come una farfalla, mi ostinavo a giocare con la stessa racchetta di Supermac: una Max 200 G, pesantissima per il braccino di una ragazzina sottopeso.

McEnroe era il mio eroe. Sono cresciuta agonisticamente guardando i suoi match in tv (imitavo il suo movimento della battuta), e non posso dimenticare il divertimento di vederlo in campo con i ricci e quella fascia colorata un po' ridicola. Impossibile non ricordare poi i sorrisi che mi ha strappato quando da giovane top player ripeteva "shit" e litigava con arbitri e guardalinee.

Dal vivo ho visto giocare John soltanto una volta, nel 1987. In una delle poche occasioni in cui si è presentato al Foro Italico. Non amava la terra rossa. Non è mai stato competitivo su terreni lenti, per cui snobbava l'appuntamento italiano. Ma quell'anno sbarcava nella Capitale. Al torneo Atp di Roma del 1987 Mac si era iscritto alla gara di doppio con Paolo Canè. La coppia McEnroe-Canè non passava inosservata. Ad ogni punto Paolino sbraitava e insultava tutti e a John toccava il compito inusuale di "paciere". Quante risate! 

Dopo aver rivisto McEnroe qualche anno fa a Wimbledon (da lontano), presente al torneo londinese in veste di commentatore tv, ho avuto l'occasione di stringergli la mano proprio la settimana scorsa. L'immagine (con Goran Ivanisevic) testimonia l'incontro. Che emozione avvicinarlo e guardarlo in faccia da pochi centimetri! Con la stretta di mano, John non mi ha dato molta retta. Ha abbozzato un sorriso e non ha risposto al mio "Nice to meet you". Ma la stretta è stata forte. Purtroppo, Mac, oltre a porgermi la mano, non ha voluto fare una foto con me. Eppure, ho insistito parecchio. Niente. Mi devo accontentare del saluto. Il selfie è rimandato alla prossima occasione.

  

14 ottobre, 2014

Non esiste un vaccino contro il mal d'amore

"Non vederti più, farci una risata su. Non vederti più, già dimenticato pure tu". Così cantava Sergio Caputo negli anni '80 (dicendo "dimenticata"). Sarebbe bello allontanare dalla mente un amore finito con un semplice sorriso. Purtroppo non funziona. Anche se l'allegria aiuta lo spirito, per qualche secondo.

Con gli anni e le esperienze sentimentali vissute impari a sopportare meglio le pene d'amore. E ti illudi che il passato e le precedenti relazioni ti siano serviti per "vaccinarti" contro la sofferenza dovuta a una storia chiusa. Pensi che quando arriverà la prossima batosta di una separazione, soffrirai di meno. Sbagliato. Perché se il colpo è duro, l'esperienza non ti dà una mano. E' come cadere da una montagna: più sali in alto e più ti rompi quando caschi giù. 

E così, quando pensi  - grazie all'età - di poter contrastare facilmente, in un batter d'occhio, il momento difficile, combattendo un'unica battaglia, ti accorgi che la situazione è più grave di quella immaginata. Non c'è una sola battaglia da affrontare. Devi iniziare una guerra in piena regola contro il tormento sentimentale, tra pianti, mal di stomaco e inquietudine generale. Con ansia alle stelle, svogliatezza e malesseri di ogni genere. Il virus dell'amore non è lo stesso che avevi giù preso e curato. E' un virus diverso, per cui il vaccino non serve. Il sistema immunitario non riconosce il nuovo "ospite" e ti trovi a lavorarci su da zero.

Il mal di cuore ti spiazza. Non sai mai quanto tempo agirà sulla tua psiche e la tua anima. Lo devi vivere in pieno, altrimenti non ne salti fuori. C'è chi si butta nel limbo, come la mia amica Giulia che da oltre un anno si dispera ancora per l'ex, ormai idealizzato. In questo periodo, Giulia ha avuto altre relazioni, ma le lacrime sono sempre per quell'uomo perduto da 12 mesi e più. Da che cosa dipende questo comportamento? Non lo capisco. Perché lanciarsi in storie che non hanno né capo né coda? Un altro uomo, se non è quello giusto, non è la risposta. Ti fa stare soltanto peggio.

Quello che so è che voglio reagire contro il dolore che ho nel cuore. Voglio mettere in campo tutte le armi in mio possesso per stare bene e riprendermi. Per tornare a sorridere con leggerezza. Il metodo? Buttarsi sul lavoro, incontrare gente nuova, uscire, coltivare interessi, cercando di non rimuginare sul passato. Alla fine, mi voglio troppo bene per non scrollarmi di dosso la negatività. Certo, la guarigione ha il suo iter, lo accetto. Domani non starò bene. Ma intanto provo a sorridere, vado avanti, sperando che la vita mi riservi innumerevoli e meravigliose sorprese.


10 ottobre, 2014

La felicità dura tre giorni

Sappiamo tutti che la felicità non è uno status permanente. E' questione di attimi, tra momenti di noia, apatia, menefreghismo, relax, sofferenza e molto altro ancora. Da non confondere con il semplice "star bene" o essere in armonia con se stessi e gli altri. Tutta un'altra storia.

La vera felicità, quella totale, assoluta, al 100%, nel mio caso è durata tre giorni. In mezzo tanta angoscia e dolore. Non credevo che potesse esistere la gioia infinita, senza confini. Roba da sogno, da film di Hollywood, ma non da realtà. Eppure l'ho provata, grazie a Luca.

Luca, conosciuto per caso. Intrigante, carino e non troppo normale, mi ha fatto questo regalo: la piena e completa felicità. Per la durata di 72 ore, non di più. Insieme a lui ho vissuto i momenti più belli di tutta la mia vita. Per questo dono non finirò mai di ringraziarlo.

Luca, problematico al limite dell'asociale, ha acceso la miccia e sono esplosa. Non so come, mi sono lasciata andare completamente e ho toccato il cielo con un dito. Anzi, ho superato abbondantemente i "Tre metri sopra il cielo".

Con tanta felicità in corpo è stato naturale innamorarsi di lui. E anche se adesso è scappato, spaventato dai miei sentimenti, da me o da altro, mi ha lasciato il cuore gonfio d'amore. Luca è il mio primo pensiero al mattino e l'ultimo prima di chiudere gli occhi. E' con me in ogni istante della giornata, mentre lavoro, scherzo e parlo con gli amici. Non mi abbandona mai.

Sì, lo amo. Lo amo al punto da desiderare il suo bene al di sopra del mio. Al punto da lasciarlo andare. Libero. Perché anche lui trovi quella felicità che io ho vissuto e non ho saputo trasmettergli.

Lo amo al punto che sacrificherei tutto per lui, senza chiedere nulla. Al punto da mettermi in disparte (l'ho tolto da Facebook per farlo sentire svincolato e non controllato). Al punto da rimanere in silenzio, lontana. Perché l'amore è questo: assenza di qualsiasi egoismo. Il risultato di un amore così - unilaterale e senza possibilità di crescita - è un dolore misto al piacere di rendere felice l'altro. Difficile da sopportare e comunque necessario per sentirsi vivi.