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09 luglio, 2008

La donna della domanda

Ho partecipato a diversi incontri con gli scrittori in sala Buzzati al Corriere della Sera, organizzati da Elisabetta Sgarbi per la Milanesiana. Adoro discutere di letteratura con gli autori, padri dei miei romanzi preferiti.
All'idea di fare una domanda, la prima volta, sono andata in iperventilazione. Ho pensato: e se è stupida? Ma l'ho fatta lo stesso.

A Craig Venter ho chiesto se la genetica che oggi si usa non soltanto in medicina - i ricercatori della Duke University la usano per purificare l'acqua - si potrà impiegare per produrre nuovi carburanti o per abbattere i gas serra.
La domanda è venuta bene, nonostante la voce un po' tremante. Ma Vanter non ha risposto. Si è limitato a dire: I hope.

Rotto il ghiaccio ci ho preso gusto.

La domanda a Patrick McGrath ha avuto un grande successo. Sia McGhath che il premio Oscar William Friedkin mi hanno fatto i complimenti: "Very good question!"
Ecco cosa ho chiesto: I ricercatori dell'Università di Toronto hanno dimostrato che il romanzo dà benefici psicologici. Le capacità empatiche di chi legge romanzi sono superiori a quelle di chi legge saggistica. Quali sono i benefici psicologici dei suoi romanzi?
Lo scrittore ci ha scherzato su, dicendo: diventi migliore, non muori mai.

A Hanif Kureishi ho domandato: qual è la chimica del romanzo che lo rende immortale, attuale anche dopo 20, 30 o 40 anni?
La sua risposta: E' un mistero.

A Peter Cameron invece è toccato l'argomento cultura: Per i nostri nonni il romanzo era un maestro di vita, permetteva di conoscere nuove culture. Oggi che viaggiamo tanto e abbiamo internet, ha ancora senso parlare del romanzo come maestro di vita?
A questo quesito le risposte dei vari personaggi sono state differenti. Per Luigi Brioschi il romanzo non è un mezzo educativo. Per Cameron stimona la curiosità e ti dà la possibilità di notare particolari che magari da solo non prenderesti in considerazione. E' il punto di vista dell'autore che fa la differenza.

Tra poco c'è l'incontro con il premio Nobel Derek Walcott. Vado subito a prepararmi per non arrivare in ritardo. Non so ancora cosa gli chiederò, purtroppo non ho letto nessun suo libro. Ma sicuramente qualcosa mi verrà in mente.


Patrick McGrath mentre mi dedica una copia di "Follia" e mi rinnova i complimenti per la mia domanda: "A very good question!"

05 luglio, 2008

La cura del romanzo

“L’unico oggetto che può avere dei sogni è il libro” ha detto Ennio Flaiano. Per i patiti della lettura il romanzo rappresenta un momento di svago o di relax, in spiaggia come in viaggio. Pochi immaginano che si tratta anche di un farmaco per la psiche. A quanto pare tuffarsi tra le righe della narrativa ha effetti psicologici benefici (ci consola e ci coccola) al punto da aumentare le nostre capacità empatiche e influenzare i comportamenti sociali e relazionali. Forse non avevano torto i nostri nonni quando consideravano i classici della letteratura veri e propri maestri di vita.

Il connubio di causa ed effetto tra narrativa e benefici psicologici - probabilmente già noto a talpe di biblioteca e habitué di libreria - non è più soltanto un’idea comune, ma un concetto dimostrato scientificamente dai ricercatori dell’Università di Toronto, come riposta il New Scientist. Dopo una lunga serie di test di laboratorio la conclusione dei ricercatori parla chiaro: siamo così rapiti dal volume di fantasia da immedesimarci nei personaggi o nelle situazioni. E così, ci lasciamo coinvolgere dagli eventi inventati, trasportando poi nella vita reale ciò che abbiamo imparato, ciò che ci ha turbati, feriti o divertiti.

Possiamo essere d’accordo con le idee di una pagina o possiamo non digerirle, ci schieriamo coi fatti giusti e detestiamo quelli sfortunati. La nostra capacità empatica si alimenta di nuovi concetti mentre la mente impara che esiste qualcosa di diverso da ciò che credevamo un attimo prima. Questa capacità di elaborazione e trasferimento si manifesta nella lettura del romanzo e non con quella dei saggi. Quasi quasi un romanzo è meglio delle vitamine, o del fosforo, per nutrire il nostro cervello.