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20 aprile, 2015
Abbracci gratis, i dubbi
Ti piazzi per strada con un cartello: "Abbracci gratis" e ti metti ad abbracciare le persone che passano. L'idea è buona, in generale. Ma sorgono i dubbi su chi ti abbraccia. Le domande sono tante. Perché queste persone si presentano in giro con i cartelli? Sanno abbracciare a casa loro? Sanno abbracciare gli amici? Sanno praticare l'abbraccio nella quotidianità? Boh!
Faccio l'avvocato del diavolo e penso: "Queste persone non abbracciano nel vero senso della parola, almeno come lo intendo io, perché nell'abbraccio c'è sentimento, c'è amore verso l'altro. Di conseguenza come fai a provare sentimento per un estraneo mai visto prima?". E' un sentimento falso, una sorta di compassione, come quella che si prova davanti a un cucciolo abbandonato. La compassione non si può paragonare all'affetto sincero e reale. L'abbraccio è la manifestazione di un sentimento, non si può mettere sullo stesso piano di un sorriso o una stretta di mano.
In tutto questo ambaradan dei free hugs c'è una contraddizione di fondo. Un volersi mostrare buoni a tutti i costi. Della serie: volemose bene. Con presunzione, perché vorrei vedere quanta generosità reale c'è dietro a ognuno abbraccio. Quanta voglia di darsi agli altri, di spendersi per gli altri. Di abbandonare l'egoismo e pensare seriamente al prossimo. Mi pare quasi un tentativo di fare beneficenza, ma la vera beneficenza si fa di nascosto, non sbandierandola ai quattro venti.
"Che tristezza! Come ci si può ridurre così?" commenta Veru. Sono d'accordo con lei. Conoscendo un free-hugger, i miei dubbi raddoppiano. Se voglio un abbraccio mi circondo di persone da abbracciare tutti i giorni. Da stringere forte a ogni incontro perché sono affezionata a loro e provo affetto. Non abbraccio per le fotocamere e tanto meno per un evento stile Barnum. Per me l'abbraccio ha un valore. E' qualcosa di prezioso, di intimo che non posso svendere al primo saldo.
26 febbraio, 2015
L'abbraccio da dietro tra emozione e ricordo
Papà era sempre l'ultimo ad alzarsi da tavola. E così, quando vivevo in famiglia, approfittavo del suo immobilismo su una sedia per abbracciarlo da dietro. Lui seduto, io in piedi dietro di lui. Con le braccia intorno al suo collo. Papà consumava la frutta o il dessert mentre lo ricoprivo di carezze e bacini. Quel rito, dell'abbraccio da dietro, si ripeteva spesso dopo pranzo. Dava a entrambi una grande emozione. Impossibile dimenticare i sorrisi di papà mentre masticava qualcosa.
Ho continuato a ripetere il gesto ogni volta che tornavo a casa (quanta gioia). Fino alla morte di papà nel 2006. Mai avrei pensato di poter rifare una cosa del genere. Eppure mi è capitata. Ieri sera, mentre Daniele suonava la chitarra dopo cena e cantava su mia richiesta "Don't write me off", mi sono alzata dalla sedia e senza neanche pensarci l'ho abbracciato da dietro la sedia, circondandogli le spalle e accarezzandogli i capelli.
All'inizio Dani è rimasto un po' freddino al mio contatto, quasi imbarazzato, ma non ho mollato la presa e dopo un po' lui ha appoggiato la sua guancia sulla mia, in segno di apprezzamento, e ha continuato a suonare. E' stato un momento di grande tenerezza.
In quell'attimo ho ripensato alla mia famiglia, a quanto sono stata fortunata a crescere con due genitori che mi hanno riempita d'amore e mi hanno insegnato ad amare gli altri. Due genitori specialissimi che mi hanno regalato un'infanzia felice e spensierata. Ma Dani è un'altra cosa: è un amico. Non sangue del mio sangue. Eppure mi ha dato un momento di familiarità e di forte emozione. Non lo dimenticherò.
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